La riconciliazione individuale e comunitaria  - p. Carlo Maria Martini

 
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La liturgia quaresimale si compone di valori che, nel loro insieme, sollecitano e illuminano lo svolgersi di un cammino di conversione. Accompagnare il Signore nel suo «salire verso Gerusalemme» significa rinnovare la scelta di comunione al suo mistero di morte e risurrezione che trova nell’abbandono di fede al Padre e nel servizio di carità ai fratelli le sue espressioni più autentiche.

Il nutrimento della Parola – «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», ripete il brano programmatico del Vangelo di Matteo alla prima domenica – illumina la direzione dell’itinerario spirituale dei credenti, rivelando la durezza del nostro cuore e la lontananza di tanti dei nostri atteggiamenti dai pensieri di Dio.

I molti richiami della liturgia quaresimale al battesimo costituiscono un invito a rinnovare l’alleanza con Dio e a intraprendere il sentiero che ci fa autenticamente discepoli di Gesù. Infine, le ricorrenti sottolineature della nostra fragilità e della situazione di peccato in cui viviamo nel mondo chiedono di avere accoglienza nei segni della penitenza che manifesta un cuore consapevole del proprio sbaglio e della propria povertà ma, nello stesso tempo, fiducioso nella misericordia del Signore.

Ognuno dei quaranta giorni quaresimali porta dentro di sé questi messaggi. Nelle forme della tradizione liturgica ambrosiana – il Messale, il Lezionario festivo e feriale, la Liturgia delle ore –, essi vanno anzi assumendo un’eco particolarmente profonda. Facciamo sì che il pregare come singoli e come comunità nelle celebrazioni liturgiche trasformi il nostro cuore e ci indichi i segni di una vera conversione.

Sarà importante, per questo, che le comunità si confrontino da vicino con le infinite forme di peccato presenti al loro interno e nel mondo circostante; esse dividono e scardinano i rapporti, generano freddezza e abitudine, riducono Dio a qualcosa di generico e di lontano, coltivano la schiavitù per tanti idoli passeggeri che non sapranno mai riempire il cuore e svelare il senso vero dell’esistenza.

Quali segni di conversione ci chiede la Quaresima? A ognuno – singolo, gruppo, comunità – l’impegno di una risposta che darà verità al nostro itinerario di popolo di penitenti incamminato verso la Pasqua.

La scelta di dedicare un’attenzione specifica alla celebrazione pasquale del sacramento della riconciliazione si colloca quindi in un quadro di valori e di attese assai vasto ed esigente. Diventarne tutti più consapevoli significa anche credere a quel messaggio del Sinodo che ho sintetizzato con queste parole:

 «Illuminare l’evento di grazia celebrato nel sacramento della penitenza ponendolo in continuità tra il cammino di conversione della rigenerazione battesimale e la piena comunione significata e realizzata dalla cena eucaristica» .

Per facilitare l’attuazione pastorale di questi orientamenti e, nello stesso tempo, per impegnarci in un comune cammino penitenziale come comunità diocesana chiedo la fedeltà a questi punti:

– Ogni comunità celebri comunitariamente un «ingresso in penitenza» che esprima la volontà di intraprendere insieme un itinerario di conversione; questo potrà avvenire con una celebrazione apposita per la liturgia delle ceneri o con una celebrazione penitenziale da situare comunque all’interno della prima settimana.

– Ogni venerdì veda lo svolgersi di una celebrazione penitenziale comunitaria che aiuti il realizzarsi di un concreto itinerario di conversione; sarà questo, tra l’altro, un modo per valorizzare il senso della liturgicità del venerdì di Quaresima nella tradizione della nostra liturgia.

– L’ordinata e tempestiva programmazione dei tempi della celebrazione sacramentale della riconciliazione in occasione della Pasqua conclusiva dell’itinerario di conversione; sarà da prevedere, in particolare, la celebrazione in forma comunitaria del sacramento con la confessione individuale (durante la celebrazione stessa o nei giorni successivi, conclusa poi dal rendimento di grazie).

Il sacramento della riconciliazione

Compresa in questo modo, la celebrazione sacramentale della riconciliazione nel tempo liturgico che prepara alla Pasqua rivela tutta la sua “verità”; essa non appare infatti soltanto come momento importante in se stesso, ma come fatto che esprime e realizza l’impegno di conversione che la liturgia continuamente ripropone come anima di tutto l’itinerario quaresimale.

Anche a questo livello possiamo ritrovare una grande sintonia tra l’impegno pastorale che ci proponiamo per la prossima Quaresima e uno dei messaggi fondamentali del Sinodo. Dedicare infatti una grande attenzione all’itinerario spirituale del penitente significa raccogliere l’invito frequentemente risuonato nel Sinodo a percorrere con lucidità e coraggio tutti i sentieri che possono far ritrovare l’unità al cuore dell’uomo spesso smarrito e diviso e alla società ferita da drammatiche divisioni.

È un impegno di ampie proporzioni, che deve coinvolgere tutte le risorse della fede e della carità: «Come aiutare l’uomo a riconoscere nella verità il proprio volto sfigurato o rattristato e il volto paterno di Dio che lo cerca? Come dare un nome e un giudizio alle proprie scelte sbagliate, alle proprie azioni scorrette e a ciò che di negativo ciascuno coltiva nel cuore?».

Il compito pastorale della Chiesa rispetto al peccato è di vasta portata. Chiede impegno a liberare la libertà dell’«uomo dai mille condizionamenti che la imprigionano; chiede di ridire continuamente l’evangelo di un Dio che è giudice della storia e padre di tutti; chiede di esprimere con maggiore evidenza gli aspetti positivi e costruttivi delle esigenze morali annunciate da Gesù e accolte nella tradizione viva della Chiesa» .

Acquista pertanto grande importanza l’impegno pastorale che aiuti il penitente – singolo e comunità – a vivere l’esperienza spirituale implicata nell’itinerario di conversione che conduce alla celebrazione sacramentale della riconciliazione.

In particolare, vorrei richiamare tutti – perché tutti siamo penitenti, tutti bisognosi di redenzione – a coltivare alcuni valori e a educarsi ad alcuni atteggiamenti veramente fondamentali nel cammino di conversione.

Penso, anzitutto, alla disponibilità a far giudicare la propria vita dalla parola di Dio: non siamo noi arbitri e giudici ultimi o inappellabili del nostro vivere. La fede comporta questo lasciarsi formare dalla Parola, e impegna a una lettura di noi stessi e delle nostre azioni che si ispiri da vicino ai criteri evangelici. L’esperienza spirituale del penitente richiede inoltre una rinnovata scelta di mettersi alla sequela di Gesù; il desiderio di una maggiore fedeltà al Maestro e di una scelta più coerente che ci ponga nella scia dei sentieri da lui percorsi costituisce, in qualche modo, l’anima di un itinerario di conversione.

Infine, il desiderio di vivere in pienezza la comunione con Dio e con i fratelli; il peccato infrange o in qualche modo scalfisce questa comunione, la rende meno trasparente e vera; il cuore di un convertito deve imparare a riamarla in modo più profondo.

Questo mio invito a vivere la riconciliazione sacramentale in occasione della Pasqua può raggiungervi all’interno di situazioni molto diverse. Non parlo tanto delle differenze di ambiente, di professione, di età; penso piuttosto alla diversità di situazioni “spirituali”.

C’è tra noi chi ha rotto in modo grave l’alleanza battesimale; deve decidere un ritorno vero al Signore, nel segno di un cuore pentito e desideroso di perdono e di novità di vita.

C’è chi sta vivendo magari da indifferente o da distratto la propria fede; il cuore è altrove, soltanto nelle cose magari, e per Dio non c’è spazio né desiderio di ricerca; conversione significherà allora decisione di uscire da questo grigiore per rimettersi in cammino e accettare di avere un rapporto vero e personale con il Signore.

C’è chi sta camminando nella fede, da tempo magari; il cammino penitenziale verso la Pasqua lo aiuta allora a riconfermare delle scelte, a purificarsi dai segni di una fragilità che si manifesta in tante forme, a meglio comprendere il disegno di Dio sulla sua vita.

C’è qualcosa di grande in tutto questo, meritevole d’essere vissuto in pienezza. Se nelle mie parole tutti – i singoli e le comunità – vediamo l’invito a entrare nel vivo di noi stessi, delle nostre scelte, del nostro modo di porci di fronte a problemi, situazioni, ambienti, l’itinerario spirituale di conversione potrà trasformarsi in qualcosa che ha un’enorme rilevanza sotto il profilo personale e sociale.

Il Sinodo ha espresso in più modi questa convinzione della pratica incidenza tra cammino di conversione e autentica testimonianza di riconciliazione: «[...] Dovremo farci attenti a riscattare la celebrazione della penitenza dal rischio della pratica insignificanza – radice non secondaria della sua crisi – in cui spesso viene posta [...] Occorre far emergere con maggiore evidenza la connessione tra la richiesta di confessarsi e l’impegno di superare le divisioni, all’interno di sé stessi, nel rapporto con gli altri e con la società» .

I ministri della misericordia di Dio

Il dialogo coinvolge tutti, pastori e fedeli, in quanto penitenti. È vero, d’altra parte, che per coloro che hanno il compito di ministri della riconciliazione in virtù dell’imposizione delle mani loro conferita nell’ordinazione sacramentale, questa riflessione sull’itinerario penitenziale conferisce nuove prospettive al modo di intendere l’esercizio del ministero della misericordia.

Vorrei incoraggiare a vivere e a gustare quel momento così qualificante del ministero qual'è quello che si esprime nella celebrazione sacramentale della riconciliazione; nonostante la fatica e l’impegno che esso comporta, il ruolo di ministri della misericordia va vissuto con gioia, e con un sentimento di profonda gratitudine a colui che, dives inmisericordia, ci fa degni d’essere tramite del suo amore verso i peccatori.

Situare la riflessione relativa al ministero della penitenza alla luce delle considerazioni fatte precedentemente significa essere abituati a comprendere quali valori e atteggiamenti debbono accompagnarci nell’interpretarlo. Siamo chiamati anzitutto – quando ascoltiamo il penitente nel dialogo personale o quando aiutiamo la comunità a rileggere la propria vita nelle celebrazioni in forma comunitaria – a rendere familiare il rimando a quella Parola che giudica e che illumina, che discerne e guarisce; in questo modo e per questa ragione diventiamo “guida” dei nostri fratelli.

Sarà importante conseguentemente manifestare l’atteggiamento fraterno proprio di chi ascolta e incoraggia; occorrerà anche richiamare ed educare agli autentici atteggiamenti religiosi, così come si renderà necessario lo sforzo di suggerire il sentiero di una conversione fatta di passi veri e di apertura alle scelte ispirate al Vangelo.

A volte non è facile interpretare il momento di vita di un fratello, dato che non sempre ci appaiono chiari i perché e le cause di alcuni comportamenti. Vi invito tuttavia a non vivere mai con angoscia questa difficoltà. In ogni occasione è sempre possibile porsi questa domanda: questo fratello o questa sorella che passo potrebbe fare oggi? Anche se piccolo, uno spiraglio si aprirà sempre; e sarà l’avvio per un cammino che riprende, un modo cioè con cui il penitente non si sente condannato a rimanere nella sua situazione, ma esortato ad affidarsi a colui che gli dà forza.

Potrà essere utile, al riguardo, ridare attenzione al colloquio personale all’interno della celebrazione sacramentale della penitenza. Dovremmo aiutare dapprima l’esprimersi di una confessio laudis, che dà voce di ringraziamento a chi avverte di essere stato in tanti modi sorretto, visitato da Dio.

Seguirà la confessio vitae, non intesa soltanto come elenco dei peccati commessi, ma anche come individuazione delle loro radici profonde, che consenta poi di contrapporsi ad essi in maniera efficace.

Diverrà conseguente allora la confessio fidei, il chiedere a Dio di essere purificati nella radice dei propri peccati, di essere medicati nelle forze oscure che non controlliamo e da cui derivano tanti atteggiamenti sbagliati; il chiedere che venga tolto il peso dei peccati passati, che genera scoraggiamenti, forme di depressione, di aridità, di stanchezza.

Occorre insistere in questa preghiera: essa viene coronata dall’imposizione delle mani e dall’assoluzione sacramentale che assicura che non si è soli coi propri propositi, ma che lo Spirito santo, mandato dal Risorto per la remissione dei peccati, rinnova interiormente e guida nel cammino.


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