Il Concilio Vaticano II di Luigi Bettazzi


 
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"La Chiesa era il clero, la Chiesa era il Papa. La Chiesa ha detto, il Papa ha detto. Ora la Chiesa è Gesù Cristo e quelli uniti a Lui. Ognuno di noi è Chiesa se è unito a Gesù. Gesù Cristo è venuto a rivelarci come Dio vede il mondo e la vita dell’uomo, profeta; è venuto a divinizzare il mondo, sacerdote; è venuto ad unire gli uomini fra di loro, Re e pastore."

Ho partecipato al Concilio in due vesti. Durante l’ultimo periodo della fase preparatoria, su segnalazione del cardinal Lercaro, ho partecipato ai lavori della commissione preparatoria “dei seminari e della educazione cattolica”, allora insegnavo in seminario a Bologna. Quindi, dagli inizi della seconda sessione, ho partecipato ai lavori del Concilio Vaticano II come Vescovo ausiliare del cardinal Lercaro a Bologna. Ero Vescovo da sei giorni.

Le due intuizioni di papa Giovanni XXIII

La prima: la indizione del Concilio. Essa ha stupito e sconvolto non poco la Chiesa, perché soprattutto dopo il Concilio Vaticano I (1869-70), che aveva definito il primato e  l’infallibilità del Papa, sembrava che fosse finito il tempo dei concili: il Papa è infallibile, parli lui.

Ma Papa Giovanni era stato preparato dal Signore, durante tutta la sua vita, a fare un Concilio.

Comincia all’inizio del secolo, quando quattro chierici studenti, due del Capranica e due del Seminario Romano, (mentre si stava preparando quella forma di rinnovamento, che poi fu bollato come modernismo), erano soliti fare una visita al Santissimo nella Chiesa del Gesù e poi fuori dalla Chiesa parlottare fra di loro.

C’era un certo Ernesto Bonaiuti, c’era un certo Alfonso Manaresi, giovane bolognese autore poi di un libro di storia per i licei, il migliore dei miei tempi, c’era un certo Giulio Belvedere e c’era Angelo Roncalli.

Ordinato sacerdote, a Bergamo divenne segretario di mons Radini Tedeschi, un Vescovo molto avanzato, e venuto a mancare mons Radini Tedeschi, insegnò patrologia, poi fu nominato direttore dell’Ufficio Missionario di Bergamo, e quindi fu chiamato a Roma alle Pontificie Opere Missionarie. Fu inviato in Bulgaria e fatto Vescovo. In Bulgaria è rimasto dieci anni e si rese conto allora che anche gli ortodossi venivano considerati con molto sospetto. C’era un po’ l’idea che solo i cattolici facessero parte a pieno titolo del progetto della salvezza.

Poi fu inviato a Costantinopoli, durante l’ultima guerra, ed ebbe modo di conoscere tante persone e di salvare molti ebrei, finché nel dicembre del 1944 fu inviato nunzio a Parigi. Cardinale, finita la nunziatura a Parigi, anziché a Roma a presiedere qualche congregazione, va Patriarca a Venezia e quindi sale al soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII. Tutta la sua vita era stata spesa per fargli cogliere l’importanza di un Concilio.

La seconda: l’idea di un Concilio pastorale. Era una cosa un po’ singolare. I Concili per loro natura sono dogmatici, sono fatti per precisare verità di dogma e questo invece doveva essere un Concilio pastorale.

I venti concili precedenti avevano precisato quali sono le verità, questo Concilio, il XXI nella storia della Chiesa, dice come le raccontiamo alle genti di oggi. Non cambiamo le verità, ma il modo di presentarle alle donne ed agli uomini di oggi, che hanno maturato un maggior sviluppo di cultura, il senso della responsabilità personale, il valore della democrazia.

Il clima conciliare

Due sono le cose tipiche di questo Concilio: essere stato un Concilio ecumenico ed essere stato un Concilio pastorale. I veri convertiti del Concilio siamo stati noi Vescovi e di questo noi ce ne siamo ben resi conto strada facendo, come pure ci siamo resi conto che il Concilio, la sua maturazione, la sua elaborazione, la sua riuscita erano affidati a noi Vescovi. Noi Vescovi siamo stati lo strumento del Signore. Con qualcuno che guidava e gli altri che accoglievano e condividevano ed infine, voltandoci indietro, abbiamo potuto dire guarda le cose belle che abbiamo potuto fare.

Nella fase preparatoria era stato raccolto molto materiale, le risposte dei Vescovi alle richieste di papa Giovanni XXIII erano state raggruppate in dodici volumi. Alla fine del Concilio di tutto questo materiale non c’è traccia nei documenti conciliari. Perché noi preparatori avevamo guardato al passato ed i Vescovi in Concilio hanno guardato al futuro.

Il Concilio non è venuto dal nulla. Alcune minoranze operose e fruttuose avevano portato avanti ed approfondito alcuni temi.

  1.  Il movimento biblico, che ha portato avanti l’idea della bibbia per tutti, anche se era guardato con un certo sospetto perché, a quei tempi, un uomo con la bibbia in mano era un protestante. La bibbia era riservata ai preti, non a tutti, ai Vescovi ed al Papa.

  2. Il movimento liturgico, ad opera delle grandi abbazie benedettine, che aveva approfondito il richiamo alle origini della liturgia, modificata nel corso dei secoli, ma erano cose da monaci.

  3. Il movimento ecumenico. Il cardinal Mercier, arcivescovo di Bruxelles, negli anni venti si incontrava con l’anglicano Lord Halifax. Ma erano cose proibite..

In Concilio qualcuno ha proposto il frutto di queste ricerche, di questi approfondimenti. Ed i Vescovi, prima singolarmente, poi in gruppo, hanno maturato ed approfondito, con fatica e con vivace dialettica fra loro, i temi oggetto del Concilio.

Ecco l’importanza del Concilio ecumenico: circa 2400 vescovi di tutto il mondo e di tutte le culture, di spiritualità e sensibilità diverse, hanno sperimentato il dialogo, l’approfondimento, guidati dallo Spirito Santo che si serve degli uomini, per questo cammino di rinnovamento della Chiesa. Il Concilio Vaticano II è stato il primo Concilio veramente ecumenico sul piano umano.

Fra l’altro il Concilio ci ha fatto scoprire la collegialità operativa, prima ancora di scoprirla sul piano teologico. In apertura della seconda sessione il Concilio ha modificato la sua organizzazione. Erano stati nominati quattro moderatori, il cardinal Lercaro arcivescovo di Bologna, il cardinal Dofner arcivescovo di Monaco, il cardinal Suenens arcivescovo di Bruxelles ed un uomo di curia, il cardinale Agagianian. Su tutti il coordinamento della segreteria del Concilio.

Le quattro costituzioni.

Il cammino del Concilio pastorale ha dato l’impronta alle quattro Costituzioni. Se noi guardiamo ad esse (i documenti conciliari sono stati sedici: quattro Costituzioni, tre dichiarazioni su punti particolari, nove decreti di carattere pratico) più passano gli anni e più ci rendiamo conto di come esse costituiscono quattro dimensioni profonde, caratteristiche della vita della Chiesa e della vita cristiana. Quali sono questi quattro documenti ?

 Sono la Costituzione Liturgica “Sacrosanctun Concilium”, la Costituzione sulla Chiesa “Lumen Gentium”, la Costituzione sulla Rivelazione “Dei Verbum” e la Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo “Gaudium et Spes”.

Durante la prima sessione i Vescovi avevano affrontato il tema delle fonti della Rivelazione. Già dire fonti vuol dire che sono due. la fonte della Tradizione che è il Magistero della Chiesa e la fonte della Scrittura. Non piacque ai vescovi come era stata elaborata e decisero che bisognava cambiarla. Si rivolsero a Giovanni XXIII e detto fatto. La elaborazione della Costituzione Dei Verbum sarà molto lunga.

Frattanto misero mano a quella che sarà la Sacrosanctum Concilium, sulla Liturgia. Il documento sulla Liturgia era considerato un documento minore, una fissazione di qualcuno, come il cardinal Lercaro.

Allora la Liturgia era considerata come “le regole che caratterizzavano le cerimonie”. L’ideale della Messa era il pontificale del Vescovo con tante luci e tanta musica. Durante il pontificale non si faceva la predica, non si faceva la comunione, ma li si mandava all’altare del Santissimo. La Liturgia era cerimoniale. Si diceva “assistere alla messa”, ossia assistere alle cose che fanno gli altri. Il cardinal Lercaro aveva già fatto fare un passo avanti, una cosa sconcertante: dopo aver letto l’epistola ed il vangelo in latino, li faceva leggere in italiano ed era solito dire: “a Messa figlioli”.

Il Concilio ha fatto capire che la Liturgia non è cerimoniale, non è neanche pastorale, ma è teologia. Non è la preghiera del prete, per trasformare il pane ed il vino in corpo e sangue del Cristo, a cui la gente assiste. La Messa non è la macchina per fare l’ostia e la devozione pregare davanti ad essa dicendo il rosario. È una cosa bella certamente, però oggi abbiamo riscoperto che la Messa è la preghiera di Gesù Cristo. Gesù Cristo ha vissuto tutta la sua vita come preghiera. È entrato nell’eternità in atteggiamento di preghiera, “Padre nelle tue mani abbandono la mia vita. Padre perdona loro”. Tutta la sua vita è stata così. Abbandonarsi all’amore del Padre nella dedizione dei nostri fratelli.

Nelle letture della festa dell’annunciazione dell’incarnazione, la prima è presa dalla lettera agli ebrei che dice, applicato a Gesù : “finora hai voluto in olocausto un sacrificio, ora mi hai dato un corpo, eccomi o Padre per fare la tua volontà”. Dal quel momento la sua vita è preghiera. Ha inventato il modo per rendersi presente, in ogni tempo ed in ogni luogo, non perché noi assistiamo, ma perché noi partecipiamo, perché noi ci immergiamo in Lui.

Ecco allora la Liturgia. La liturgia è la presenza di Gesù Cristo affinché noi partecipiamo ad essa, noi ci immergiamo in essa. E poiché noi da soli non possiamo partecipare, perché lo spirito umano è spirito limitato, il Signore ci ha dato la presenza dello Spirito Santo. Cosa ha fatto, Gesù morendo? San Giovanni, che scrive il vangelo per ultimo, dice: “Gesù reclinato il capo trasmise lo Spirito”.

Vuol dire ha tirato l’ultimo respiro ed ha cominciato a donare lo Spirito Santo. Dal costato di Gesù escono acqua e sangue, perché voi crediate. I padri dicono: come dal costato di Adamo dormiente è nata la sposa Eva, così dal costato di Gesù dormiente sulla croce nasce la sposa che è la Chiesa. Acqua e sangue, battesimo ed eucarestia. Quando è apparso agli apostoli il giorno di Pasqua ha detto: la pace sia con voi, ricevete lo Spirito Santo. La Pentecoste sarà il momento grande.

Papa Paolo VI, quando promulgò durante la seconda sessione la Sacrosancutm Concilium”, richiamò l’attenzione dei padri conciliari su come il Signore avesse fatto in modo per cui il primo documento promulgato fosse quello sulla Liturgia, sulla preghiera.

Questa prima promulgazione ha risolto anche altri problemi, a cominciare dalla “Dei Verbum” la Parola di Dio. Non sono due fonti alternative Tradizione della Chiesa e Scrittura. Sono la Parola di Dio garantita dalla Chiesa. La Chiesa non sostituisce la parola di Dio, ma la garantisce, perché assicura che stai ascoltando Dio che ti parla. È la fede.

Ecco allora ritornare l’idea del Concilio pastorale. La fede non è conoscere bene tutte le verità, essa è dir di si a Dio che ti parla, a quello che lui ti chiede quando ti coinvolge, è immergersi in Cristo Gesù con la grazia dello Spirito Santo. Questo significa: dare un senso pastorale, un senso personale, un senso di responsabilità personale alla nostra fede.

Queste due Costituzioni sono fatte per aprire sé stessi all’Altro, a Dio. Tutto questo si è anche riversato nelle altre due grandi costituzioni, la “Lumen Gentium” e la Gaudium et Spes”.

Il grande problema dell’umanità è la superficialità del conoscere. Conosciamo tutto e per questo non sappiamo più pensare, e qualcuno si trova così  sgomento che rinuncia alla vita. Il pensiero superficiale porta all’individualismo, quello che a me serve in questo momento. Queste altre due costituzioni vanno proprio contro questa tendenza all’individualismo, sono fatte per aprire sé stessi agli altri.

La Costituzione Liturgica aveva già avviato a soluzione il problema della Chiesa che sarà oggetto della Costituzione “Lumen Gentium”. Un romanziere inglese diceva: “in Chiesa i laici hanno tre atteggiamenti fondamentali: in ginocchio, seduti, con le mani in tasca. In ginocchio, quando prega il prete, si assiste; seduti, quando parla il prete, si ascolta; con le mani in tasca, quando passa a raccogliere le offerte”.

Erano i tre atteggiamenti fondamentali del laico in Chiesa perché la Chiesa era il clero, la Chiesa era il Papa. La Chiesa ha detto, il Papa ha detto. Ora la Chiesa è Gesù Cristo e quelli uniti a Lui. Ognuno di noi è Chiesa se è unito a Gesù. Gesù Cristo è venuto a rivelarci come Dio vede il mondo e la vita dell’uomo, profeta; è venuto a divinizzare il mondo, sacerdote; è venuto ad unire gli uomini fra di loro, Re e pastore.

Unito a Gesù Cristo, ogni cristiano è profeta, cioè deve far vedere come Dio vuole che si viva la vita umana; noi siamo chiamati ad aiutare a capire come un cristiano deve essere un profeta. Pensiamo a Madre Teresa, lei non ha convertito tanta gente, ma ha fatto pensare tanta gente; questa è la profezia.

Unito a Gesù Cristo, ogni cristiano è sacerdote. Il sacerdozio è santificare il mondo nel quale noi siamo, uomini e donne che vivono nella grazia del Signore. La regalità è un concetto antico. Il Re era colui che raccoglieva insieme, che faceva l’unità degli uomini, diversi fra loro. Gesù Cristo è Re perché porta la gloria a Dio e pace in terra agli uomini.

Unito a Gesù Cristo, ogni cristiano è chiamato ad essere portatore di unità e di pace. L’esperienza dell’unità e della pace è fatta non per chiudersi, ma perché ciascuno diventi un fermento nel mondo.

Questa è la Chiesa, la Chiesa comunione, la Chiesa sacramento di Cristo, segno sensibile non esclusivo, ma segno sensibile e strumento efficace per aiutare tutti gli uomini a camminare verso il regno di Dio che è il mondo come Dio lo vuole.

E qui arriviamo alla quarta Costituzione. All’inizio della seconda sessione (settembre 1963 – Papa Paolo VI), i Vescovi erano perplessi: a Concilio aperto, il papa Giovanni XXIII aveva promulgato la Pacem in terris nell’aprile del 1963, una enciclica molto importante, senza  parlarne ai Vescovi in Concilio. È certamente la cosa grande di papa Giovanni XXIII. Colpito dall’essere stato strumento di pace durante la crisi di Cuba ed aver scongiurato la guerra nucleare fra Russia ed America, preparò questa enciclica, che è il suo testamento spirituale.

La promulgò il 11 aprile del 1963 e moriva il 3 giugno del 1963. Per la prima volta un papa fa un enciclica non per una verità religiosa, sarebbe il suo mestiere, il suo compito, ma la fa per un valore umano, la pace. Tant’è vero che si rivolge non solo ai cristiani, ma a tutti gli uomini di buona volontà. Da allora tutte le encicliche sociali sono rivolte agli uomini di buona volontà. La Chiesa non è soltanto madre e maestra, è anche compagna di viaggio, sorella di tutti gli uomini di buona volontà, degli uomini che Dio ama. La Chiesa aperta al mondo.

E fu proprio da questa enciclica che prese consistenza la quarta costituzione, la Gaudium et Spes, la Chiesa nel mondo contemporaneo. Forte è il richiamo della Gaudium et Spes alla pace. La pace poggia su quattro pilastri.

􀂂 La verità. La verità di ogni essere umano, contro tutte le discriminazioni. Il punto di partenza di tutte le tensioni e le guerre è la discriminazione fra gli uomini.

􀂂 La giustizia. Il mondo è pieno di ingiustizie. Un 20% dell’umanità consuma l’80% delle risorse e gli altri solo quello che resta. Sono le grandi ingiustizie contro la destinazione universale dei beni. Il mondo è fatto per tutti gli uomini e deve essere a servizio di tutti gli uomini. Va bene anche la proprietà privata, individuale e collettiva, ma quando questa va contro la vita degli uomini diventa ingiusta.

􀂂 La libertà. Noi tutti siamo convinti della libertà, ma in genere della nostra libertà: mettere una libera volpe in un libero pollaio.

􀂂 Il perdono. Gesù diceva: “se uno ti da uno schiaffo su una guancia tu porgigli anche l’altra”. Anche Gesù ha ricevuto uno schiaffo, durante la passione, però non ha porto l’altra guancia, ma ha detto “… se ho sbagliato dimmi dove ho sbagliato, ma se non ho sbagliato perché mi percuoti”. Offrire l’altra guancia vuol dire “non rispondere alla violenza con la violenza, ma rispondere in modo che anche l’altro smetta la violenza”.

Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono. Il Concilio emette due sole condanne. La prima è la condanna alla guerra totale, come era chiamata la guerra atomica. La seconda è la condanna della corsa al riarmo, brucia risorse che potrebbero venire incontro alla miseria dell’umanità.

I papi hanno raccolto l’eredità conciliare. Da papa Giovanni XXIII ha origine la Gaudium et Spes, questa alimenta la Populorum Progressio di Paolo VI, e vent’anni dopo Giovanni Paolo II dice che il nuovo nome della pace è la solidarietà, Sollecitudo rei socialis.

Questi sono i frutti del rinnovamento profondo operato nel Concilio. Responsabilità personale di ogni cristiano all’interno della Chiesa che, in forza della sua fede, deve essere lievito per tutti gli uomini di buona volontà per camminare verso un modo di solidarietà, di giustizia, di pace.


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