La chiesa e Gesù di Nazareth - Vito Mancuso


 
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"Si può passare la vita a predicare, ad amministrare sacramenti, a guidare una diocesi o l’intera cattolicità quale successore di Pietro nel nome di Cristo, e non avere nulla a che fare con lui ... Il criterio decisivo per avere a che fare con lui è la giustizia, l’equità, e non a caso egli chiama coloro che allontana da sé «operatori di iniquità»"

 

Mi piace pensarmi come spiga di grano nel grande campo del mondo. Mi riferisco ovviamente alla parabola del buon grano e della zizzania del capitolo 13 del vangelo di Matteo. Il punto di riferimento della parabola di Gesù non è la Chiesa, è il mondo. Così, come ho già detto, io penso la mia vita in funzione non della Chiesa, ma del mondo.(…)

L’immagine, infatti, rimanda a una realtà che ogni giorno tutti tocchiamo con mano, alla lotta fra il bene e il male. Una lotta in primo luogo dentro di noi. Anzi, in particolare dentro di noi perché, oltre che al mondo, la parabola rimanda alla coscienza interiore di ciascuno: è lì che crescono insieme il grano e la zizzania.(...)

Vede, io ritengo che l’appartenenza a quel fenomeno spirituale indicato dal termine «Chiesa» dipenda non da atti esteriori, ma dalla tensione interiore verso il bene e la giustizia, da ciò che nel linguaggio religioso si chiama «santità». Per questo sant’Agostino parlava di una Chiesa esistente «ab Abel», da Abele, cioè dal primo giusto comparso sulla terra. La Chiesa non è stata fondata da Gesù duemila anni fa. Neppure il cristianesimo è stato fondato da Gesù duemila anni fa. Duemila anni fa sono stati fondati il cristianesimo storico e la Chiesa storica, i quali rimandano (se e quando sono autentici) a una realtà molto più antica, che esiste da quando esiste l’umanità.

Quando un essere umano aspira a conformare la sua vita all’idea del bene e della giustizia (idea che è Dio, perché Dio è l’idea «sussistente» del bene e della giustizia), allora entra automaticamente a far parte della comunità di coloro che cercano a loro volta il bene e la giustizia. È questa la realtà spirituale cui rimanda il termine «Chiesa», e mi fa piacere che lei abbia usato l’espressione «santi laici» a proposito di «certi sindacalisti, certi militanti di partito … che osavano anche loro sfidare le mafie o l’oltraggiosa prepotenza dei più ricchi e dei più forti».

Il vero popolo di Dio, infatti, sono i giusti, anche se non è inutile specificare che, come non c’è campo di grano senza qualche erba cattiva, lo stesso accade per gli uomini; ma l’uomo giusto non è chi non ha neppure un filo d’erba cattiva dentro di sé, bensì chi esercita con obiettività il giudizio su se stesso, e chiama grano il suo grano ed erba cattiva la sua erba cattiva, con la buona volontà ovviamente di far prevalere il grano e il lavoro conseguente in tal senso.

Tornando al punto: se rimanda alla vera Chiesa, che è la Chiesa celeste, la Chiesa istituzionale è fedele a se stessa, altrimenti, no. Perciò affermo che vi sono uomini che fanno parte della Chiesa anche se neppure si sognano di chiedere il battesimo, andare a messa, confessarsi, ascoltare il papa e cose di questo genere; e ve ne sono altri, invece, che non ne fanno parte, anche se magari indossano ricchi paramenti ecclesiastici.

L’ha affermato Gesù, non io: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». Aggiungendo poi un affondo abbastanza destabilizzante: «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,21-23).

Sono sicuro che anche lei avverte la potenza di tali parole. Si può passare la vita a predicare, ad amministrare sacramenti, a guidare una diocesi o l’intera cattolicità quale successore di Pietro nel nome di Cristo, e non avere nulla a che fare con lui: «Non vi ho mai conosciuti»!

Il criterio decisivo per avere a che fare con lui è la giustizia, l’equità, e non a caso egli chiama coloro che allontana da sé «operatori di iniquità». Forse, in quel giorno, qualcuno gli dirà di aver lavorato tutta la vita nel suo nome, di aver firmato leggi sull’otto per mille nel suo nome, ottenuto finanziamenti alle scuole cattoliche nel suo nome, guadagnato spazi importanti su giornali e tv nel suo nome, vinto referendum nel suo nome, ispirato leggi dello Stato laico nel suo nome, persino rifiutato funerali e nozze religiose nel suo nome. Ma non so quale risposta otterrà.

Dalla Chiesa istituzionale si può anche essere scomunicati, cioè privati della comunione visibile con essa. Ma se la causa di ciò sono le idee e non il peccato, non si verrà mai esclusi dalla comunione spirituale con la vera Chiesa, la Chiesa celeste.

Faccio un esempio. Il grande cattolico francese Félicité de Lamennais venne scomunicato nel 1832 da papa Gregorio XVI perché aveva sostenuto sul suo giornale (che, ironia della sorte, si chiamava «L’Avenir») la libertà di coscienza in materia religiosa, quella stessa libertà religiosa che Giovanni Paolo II è andato in giro per il mondo a predicare e su cui anche Benedetto XVI torna con insistenza (il che dimostra che le pecorelle-signornò talora riescono a cambiare la rotta dell’istituzione Chiesa, se il loro essere signornò non è capriccioso e gratuito, ma in funzione di un sì più grande).

Ora, è del tutto evidente che Lamennais, nonostante la scomunica, non fu escluso neppure per un secondo dalla vera comunione con la vera Chiesa, mentre non sono sicuro che si possa dire lo stesso per chi lo scomunicò. Uno, infatti, può anche diventare papa, capo della Chiesa visibile, e risultare escluso dalla partecipazione alla vera Chiesa, se dentro di sé è un «operatore di iniquità». Ciò che determina l’appartenenza alla Chiesa è l’equità, ciò che ne determina l’esclusione è l’iniquità. Tutto molto semplice. Per questo nessuno ci può «scomunicare» nel senso proprio del termine, cioè privarci della vera comunione con i santi; lo possiamo solo noi stessi col nostro peccato.

Ma, per esprimere meglio la realtà spirituale che è in gioco nel concetto di Chiesa, le voglio dire un’altra cosa. Io non conosco i suoi gusti artistici o musicali (a parte Schubert). Ma sono sicuro che, se noi visitassimo insieme una grande mostra o assistessimo insieme a un grande concerto, dopo ne usciremmo più uniti. Le nostre anime avrebbero toccato una dimensione più alta e ne uscirebbero più amiche. Io credo che la capacità di unire gli uomini che ha l’esperienza estetica, nell’esperienza etico - spirituale raggiunga un grado ancora maggiore, certamente più stabile. Gli uomini che cercano il bene e la giustizia sopra ogni cosa (prima di tutto sopra se stessi, la cosa più difficile) si ritrovano spontaneamente uniti in quella dimensione che è la comunione dei santi o se preferisce dei giusti tanto i due termini sono sinonimi, dimensione alla quale la Chiesa visibile è, o dovrebbe essere, funzionale.

Io, per esempio, mi sento sempre unito a parenti e amici non credenti che avverto come retti e sinceri nella ricerca del bene e della giustizia, anche se poi, talora, sulle conclusioni operative possono emergere delle divergenze, mentre non provo il medesimo senso di unità per chi si professa credente e poi, come dire, si comporta da furbo.

Ciò che unisce davvero gli uomini non sono le parole, ma le azioni concrete e, ancora di più, quella certa limpida luce degli occhi. Il punto è indagare da dove viene questo sentimento di giustizia che unisce gli uomini in profondità, al di là delle convinzioni che professano a parole, e spero che più avanti ce ne sia l’occasione.

Finora abbiamo parlato molto della Chiesa, forse troppo, ma la cosa si spiega. È questo in effetti il più grande problema che la vita spirituale in Occidente, direi soprattutto qui in Italia, deve affrontare. Per spiegarmi ricorro a un’immagine. Pensi a un imbuto capovolto, la base in basso, la stretta apertura in alto. Alla base vi è la spiritualità, che è universale, presente in ogni uomo, e che costituisce il livello decisivo, la terraferma della vita reale; poi, salendo, si incontra la religione, già meno universale, più ristretta, una delle tante forme di spiritualità; poi viene il cristianesimo, una delle tante religioni; poi la Chiesa cattolica, una delle tante Chiese cristiane; infine la gerarchia della Chiesa cattolica, una delle tante espressioni dell’istituzione ecclesiale. L’immagine dell’imbuto definisce la nostra situazione, nel senso che ciò che davvero conta, cioè l’accesso alla dimensione spirituale, si trova pressoché costretto (soprattutto qui in Italia) a passare per la via ristretta della Chiesa gerarchica.

Il risultato è che, oggi, molti rifiutano la dimensione spirituale solo per il fatto che non riescono a passare per la ristretta apertura della gerarchia ecclesiastica, che, ovviamente, non ha nulla a che fare con «la porta stretta» di cui parla Gesù nel discorso della montagna (Mt 7,13-14).

Non riescono ad accettare alcune o molte decisioni dei papi e dei cardinali, e quindi dicono no a tutto il resto, cioè all’essenziale. Lo notava già qualche decennio fa il teologo tedesco Walter Kasper, oggi autorevole cardinale della curia romana (che meraviglia se tutti fossero come lui): «Per molti uomini, oggi la Chiesa nella sua forma concreta rappresenta più un impedimento che un aiuto alla fede».

All’opposto qualcun altro, solo per il fatto di baciare devotamente la mano del papa e di qualche potente cardinale, si illude di avere a che fare realmente con Dio. Cosa a suo tempo già notata da Baruch Spinoza nella prefazione al Trattato teologico-politico: «Per il volgo religione significa tributare sommo onore al clero», parole che magari, oggi, per il popolo calzano meno, ma che fotografano alla perfezione il comportamento di molti politici.

Quindi sono d’accordo con lei quando fa notare «la contraddizione oggi esistente fra lui [Gesù] e la Chiesa». È vero, c’è una contraddizione fra Gesù e la Chiesa, se per Chiesa si intende solo la Chiesa istituzionale.

I grandi cristiani, di cui sopra ho fatto qualche nome e a cui adesso aggiungo Francesco d’Assisi, che di storture della Chiesa se ne intendeva, hanno visto da sempre tale distanza. Il cardinale Martini ha scritto nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme dei «dolorosi limiti della Chiesa» e che «la Chiesa ha sempre bisogno di riforme», aggiungendo però che «la forza riformatrice deve venire dal suo interno». Io cerco di lavorare in questa direzione.

Ora però, senza voler per nulla giustificare l’operato di una certa gerarchia, mi chiedo se a tale riguardo non si debba fare riferimento ad altre parole di Gesù: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra» (Gv 8,7). Che cosa voglio dire? Intendo chiederle questo: se neppure quando si riuniscono nel nome di Gesù gli uomini sono capaci di creare istituzioni coerenti e pulite, che cosa dobbiamo pensare dell’umanità?

Lei, che giustamente mette in rilievo alcune contraddizioni della Chiesa cattolica, mi sa indicare un’istituzione degna di questo nome che sia perfetta o anche solo più perfetta della Chiesa cattolica? Forse le altre Chiese cristiane? Le altre religioni? Gli Stati nazionali? I partiti politici? Tutto ciò che ha una storia alle spalle è macchiato di sangue. Quanto alle istituzioni più recenti, e quindi senza il pesante carico della storia, come per esempio le Nazioni Unite o l’Unione Europea, mi chiedo quale sia il loro fascino reale sulla vita concreta della gente e non faccio fatica a trovare la risposta.

Il problema va ben al di là della Chiesa e dei suoi attuali, non sempre brillantissimi dirigenti o, per usare il gergo ecclesiastico, pastori. Il problema concerne ogni agire storico e riguarda la mediazione fra la purezza dell’ideale che affascina la mente e la pesantezza delle strutture concrete mediante cui realizzarlo.

È un dilemma che riguarda ogni uomo, in modo particolare la politica, e che in teologia riguarda l’ecclesiologia. Se non si incarna in una struttura storica concreta, l’ideale rimane una vaga e persino patetica aspirazione; ma se si incarna, inevitabilmente si sporca, si contamina, talora addirittura si trasforma nel suo contrario. Che fare?

È meglio l’anima bella, che è pulita ma non sa nulla della dura necessità della mediazione storica, oppure il cinico che, per mantenere in piedi la struttura, mercanteggia la purezza originaria? Siamo alla presenza di un’alternativa strutturale che sta al cuore di ogni istituzione, e che però, per un’istituzione come la Chiesa, che si richiama agli insegnamenti così puri di Gesù, è motivo di scandalo particolare.

Voglio concludere facendole notare che lei ha affermato una cosa per me molto giusta quando ha fatto riferimento al «conforto di un braccio secolare obbediente e pronto a mostrare, quando serve, ceppi e tenaglie arroventate».

Devo dirle che spesso mi ritrovo a pensare alla storia dei dogmi e a quanto sangue sia costato il mantenimento della dottrina, oltre a forme più soft di violenza come confisca dei beni, esili, messe al bando, anni di carcere, torture. Senza l’appoggio del potere e la violenza, la dottrina avrebbe saputo imporre se stessa? Me lo chiedo e non ho risposta, mi ricordo solo lo sguardo infastidito del professore di teologia dogmatica quando gli posi questa domanda ormai non pochi anni fa.

Di certo la gerarchia non ha esitato lungo i secoli a ricorrere alla violenza, e quando vi si ricorre si tratta di un segno inequivocabile di debolezza intellettuale.

Il paradosso, vero e proprio sacrilegio, è che il ricorso alla violenza era fatto nel nome di Gesù, vittima lui per primo della medesima violenza istituzionale. È qualcosa di terribile, una specie di dramma storico - metafisico dentro cui io mi sento coinvolto: quella stessa istituzione che mi ha fatto incontrare Gesù (e che io per questo considero una specie di madre) ha agito talora da sua nemica (e io non posso non considerarla per queste cose mia nemica).  Spesso penso agli uomini e alle donne uccisi e torturati solo perché la pensavano diversamente. In realtà, il mio non è un pensiero, ma una forma di preghiera.

Mi ritrovo a pregare specialmente per coloro le cui ceneri, dopo che i corpi erano stati bruciati, venivano disperse  per una completa damnatio memoriae. Secondo sant’Agostino, la memoria è un attributo proprio di Dio perché partecipa dell’eternità divina, per cui volere la damnatio memoriae significa voler uccidere un uomo nel seno stesso di Dio, volerlo sradicare dalla sua mente, dalla dimensione dell’eternità.

Forse, non c’è al mondo violenza peggiore. E venne compiuta per secoli dalla mia Chiesa, con il crocifisso nella mano. Chiedo a tutti i cattolici che leggeranno queste pagine di provare a riflettere su tale dramma e di chiedersi se quella violenza sia del tutto estirpata oppure se sia ancora un po’ presente in qualche altra forma nella nostra Chiesa.

Tratto da:
"Disputa su Dio e dintorni"  - Corrado Augias - Vito Mancuso  - Mondadori 
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