Gesù, chi credeva di essere ? - Appunti di Rosario Franza


 
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Il secolo in cui è vissuto Gesù di Nazareth era, in Giudea e Galilea, tempo di crisi politica e religiosa . Dal punto di vista politico quel territorio era sottomesso al potere romano, mentre i sacerdoti, che dominavano il culto ed il tempio, stringevano accordi con i dominatori stranieri . Era quindi normale, che sulla scia della tradizione escatologica presente nella bibbia giudaica, il popolo attendesse un liberatore, un messia, “ho chiristos” in greco, portatore di libertà e giustizia .

Di fronte a questa attesa di tipo nazionalistico, Gesù di Nazareth non ha mai detto di essere il messia regale e quando Pietro gli ha dichiarato in faccia :<<Tu sei il Messia>> (Mc 8,27-33),  comanda di non farne parola con nessuno ed è possibile che le parole rivolte a Pietro “Vattene dietro a me, satana” , più che essere provocate dal tentativo del discepolo di distogliere il Maestro dalla sua passione, siano invece pronunciate nel rifiuto della dichiarazione di un messianismo regale e nazionalistico  .

L’espressione “Figlio dell’Uomo” è presente decine di volte nei vangeli  .

La fonte Q la utilizza per indicare la vicinanza di Gesù con gli esclusi e gli emarginati : “E' venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori.” (Lc 7,34) .

Marco, invece, ne sottolinea l’autorità :”Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato»(Mc 2,28)  e “Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua”. (Mc 2, 10-11) e  vede soprattutto la sua venuta alla fine dei giorni, come giudice e salvatore : “Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. “(Mc 13,26)  .

Gesù di Nazareth , però, aspettava la venuta finale del Regno di Dio e non quella escatologica del Figlio dell’Uomo !  Si può veramente pensare che egli si sia identificato con il Figlio dell’Uomo della fine dei giorni ?

Scrive Giuseppe Barbaglio “gesuani sono soltanto i passi in cui il figlio dell’uomo non ha valore di titolo messianico, ma indica in Gesù l’uomo che conduceva una vita precaria … e un’esistenza di fattiva solidarietà con i disprezzati e i perduti … Invece risalgono ai primi credenti non solo i passi di annuncio di passione, morte e risurrezione …, ma anche quelli della sua venuta finale di giudice” .

Le prime comunità cristiane con il titolo “Figlio dell’Uomo” esprimevano la loro duplice fede : nel Gesù terreno, narrato dalla fonte Q e solidale con gli ultimi, e nel Cristo risorto, innalzato a gloria divina . 

Se così stanno le cose, Gesù chi credeva di essere ?

Il dato storicamente accertato è che Gesù fu condannato a morte come “re dei giudei” ed è molto probabile che risponda al vero la sua “consapevolezza” che Dio gli aveva affidato una precisa missione spirituale presso il suo popolo , ne fa fede il cuore della sua predicazione “Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio.” (Lc 11,20) , parole che secondo John P. Meier risalgono allo stesso Gesù storico . Questa metafora è per dire che la potenza guaritrice non è sua, ma è Dio che la esercita per il suo tramite e alla domanda del Battista se è lui il Messia atteso risponde :”Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella.”(Lc 7,22) .

In primo piano abbiamo la sua prassi e la sua azione guaritrice, che è da lui compresa come azione di liberazione di Dio verso il suo popolo . Per comprendere chi credeva di essere Gesù, occorre abbandonare i titoli di Messia, figlio di Davide e guardare alla sua prassi e al suo ruolo attivo di annunciatore della buona notizia ai poveri e di guaritore di malati .  Egli sta al vertice di una storia di profezia, l’ultimo profeta perché il definitivo, portatore di una missione divina .

A Paolo, che non ha conosciuto il Gesù storico, non interessa un ebreo che, nella sua evoluzione culturale, può al massimo assurgere al ruolo di maestro di saggezza morale ; egli guarda al crocifisso risuscitato da Dio e costituito “Spirito creatore di vita” e alla presenza di Cristo risorto da sperimentare nella fede, guarda all’uomo Gesù che “ha deposto nella morte la natura umana e ha rivestito per grazia di Dio risuscitatore, una condizione umana pienamente trasfigurata dallo Spirito, diciamo un nuovo modo di essere sfolgorante di vita per sé e per quanti credono in lui . Non un’altra persona, ma una persona altra, spiritualizzata e immortale” .

La fede in Cristo Gesù non può però allontanarci dal Gesù di Nazareth e dalla sua prassi raccontata nei vangeli sinottici e nella fonte Q ; questo racconto è, almeno per me, ciò che occorre tentare di imitare nello stile di vita concreto .

Se si ha fede nella risurrezione, si deve riuscire a conciliare il Kerygma di Paolo, che è la croce e la resurrezione di Gesù, con l’ortoprassi della teologia delle Beatitudini  e l’etica di Gesù di Nazareth che gli evangelisti raccontano nei vangeli sinottici .   

Diversamente si corre il rischio di perpetuare il tragico paradosso che indica Vito Mancuso :”... a predominare nel cattolicesimo ha preso a essere lo spirito degli scribi e dei farisei contro il quale Gesù aveva lottato fino a perdere la vita. … Il paradosso che stringe come una tenaglia la coscienza cattolica è dato quindi dal fatto che l’istituzione per merito della quale continua a risuonare oggi nel mondo il messaggio di liberazione di Gesù, è governata al suo vertice da una logica che riproduce il potere contro cui Gesù lottò e da cui venne ucciso.”

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