Come la notte cerca l'aurora - p. Carlo Maria Martini SJ

 
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Sono i profeti a insegnarci che cosa significa ripartire da Dio. Profeta è «colui che tiene lo sguardo fisso verso il Dio che viene» (Martin Buber), ma ha allo stesso tempo i piedi ben piantati sulla terra. Mi sembra che oggi ci sia penuria di profeti: c’è chi guarda in alto mentre i suoi piedi sembrano aver perduto il contatto con la terra degli uomini (è la tentazione di tanti spiritualismi caratteristici di un’età che si è autodefinita New Age); c’è chi è talmente incollato al proprio frammento di terra da perdere di vista l’insieme e l’orizzonte più grande.

Ripartire da Dio richiede il coraggio di riproporsi le domande ultime, di ritrovare la passione per le cose che si vedono perché sono lette nella prospettiva del Mistero e delle cose che non si vedono.

Si potrebbe esprimere in tre modi il “che cosa” della proclamazione del primato di Dio.

Rispetto al cammino personale significa non dare mai nulla per scontato nel nostro cammino di fede, non cullarci nella presunzione di sapere già ciò che è invece perennemente avvolto nel mistero; significa santa inquietudine e ricerca.

Rispetto al nostro agire comunitario e sociale significa mettere tutti i nostri progetti umani sotto la signoria di Dio e misurarli sul Vangelo.

Rispetto ai frutti che tale atteggiamento suscita, significa godere una esperienza di profonda serenità e pace.

L’inquietudine della notte della fede

Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora.

Vuol dunque dire vivere per sé e contagiare altri dell’inquietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre. Come Paolo fece coi Galati e coi Romani, così anche noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte.

Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che viene incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione e di pace.

Come il credente Manzoni, anche noi dobbiamo lasciarci interrogare da ogni dolore: dallo scandalo della violenza che sembra vittoriosa, dalle atrocità dell’odio e delle guerre, dalla fatica di credere nell’Amore quando tutto sembra contraddirlo. Dio è un fuoco divorante, che si fa piccolo per lasciarsi afferrare e toccare da noi. Portando Gesù in mezzo a voi, non ho potuto non pensare a questa umiliazione, a questa “contrazione” di Dio, come la chiamavano i Padri della Chiesa, a questa debolezza. Essa si fa risposta alle nostre domande non nella misura della grandezza e della potenza di questo mondo, ma nella piccolezza, nell’umiltà, nella compagnia umile e pellegrinante del nostro soffrire.

È come nel cammino verso Emmaus (Lc 24,13-35). Da principio il Signore si fa sentire stimolando e interrogando l’inquietudine dei discepoli. Poi si manifesta nelle parole che spiegano le Scritture, le quali fanno comprendere ai due discepoli che c’è qualcosa al di là di quanto essi credevano di aver capito. Ma quando Gesù si rivela nella frazione del pane, subito scompare ed essi lo cercheranno correndo incontro ai fratelli. Gesù stimola, attrae, si manifesta, e insieme invita ad andare oltre, a non contentarsi della formula ricevuta o della gioia di un momento.

Talora presumiamo di avere già raggiunto la perfetta nozione di ciò che Dio è o fa. Grazie alla Rivelazione sappiamo di lui alcune cose certe che egli ha detto di sé, ma queste cose sono come avvolte dalla nebbia della nostra ignoranza profonda di lui. Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che egli opera nella storia, come e perché agisce in un modo e non in un altro. La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero di tanti nostri discorsi pastorali. Preferisce il velo del simbolo e della parabola; sa che di Dio si può parlare solo con tremore e per accenni, come di “Qualcuno” che in tutto ci supera. Gesù stesso non toglie questo velo, lui che è il Figlio: ci parla del Padre, ma “per enigmi”, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di lui.

Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni che lasciano ancora tante cose oscure e ci fanno camminare nella notte della fede.

Perciò anche la Chiesa, fatta a immagine della Trinità, non può capire mai a fondo se stessa né può cessare di ricercare con passione e pazienza la sua identità. Molti discorsi pastorali nascondono l’illusione di sapere tutto sulla Chiesa e sui suoi cammini nel mondo, come se si trattasse solo di applicare delle regole e di dedurre conclusioni da principi. Ma la Chiesa ha la sua origine nel Padre che è prima di ogni principio e va accolta come dono che si rinnova ogni giorno per la forza sorgiva dello Spirito.

Questo discorso potrebbe essere frainteso, quasi si trattasse di “rimettere continuamente in discussione tutto”. Le certezze che ci sono date in dono sono ben certe e ciascuno le può ritrovare nel catechismo della Chiesa cattolica. Esse sono faro e guida per i nostri cammini, però non sono più di una «lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori» (2Pt 1,19). Non ci dispensano dalla fatica dell’interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e operiamo ogni giorno.

L’ultima misura di tutto

Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del suo primato tutto ciò che si è  e che si fa: Egli solo è la misura del vero, del giusto, del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, l’àncora che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’alto, vedere il tutto prima della parte, partire dalla sorgente per comprendere il flusso delle acque.

Ripartire da Dio vuol dire misurarsi su Gesù Cristo e quindi ispirarsi continuamente alla sua parola, ai suoi esempi, così come ce li presenta il Vangelo. Vuol dire entrare nel cuore di Cristo che chiama Dio “Padre”. Il Vangelo, quando è letto con spirito di fede e di preghiera, ci rimanda a un Dio che è sempre al di là delle nostre attese, che supera e sconcerta le nostre previsioni; è l’esperienza che facciamo ogni volta che ci dedichiamo seriamente alla “lectio divina”. Non sappiamo ancora leggere convenientemente il Vangelo se non ci sentiamo spinti verso l’oltre misterioso di Dio, verso il segreto del Padre, non riducibile a nessuna misura o comprensione umana.

Ripartire da Dio vuol dire abbandonare al soffio dello Spirito il nostro cuore inquieto, perseverare nella notte dell’adorazione e dell’attesa. È questa la sola via per uscire dalla violenza dell’ideologia senza cadere nella condizione di naufragio del nichilismo, senza etica e senza speranza.

Il Dio con noi è il Dio che può aiutarci a trovare le vere ragioni per vivere e vivere insieme. Rispetto alle acque basse in cui sembra stagnare oggi la vita civile, sociale e politica del nostro Paese, partire da Dio significa trovare senso, slancio, motivazione per rischiare e per amare. «Quando ami, non dire: ho Dio nel cuore. Di’ piuttosto: sono nel cuore di Dio» .

Ripartire da Dio significa riconoscere di essere nel cuore di Dio per un’esperienza di fede e di amore vissuti: riconoscere di essere nati per imparare ad amare di più, osare di più, andare oltre i limiti delle nostre comodità e dei nostri piccoli traguardi.

Esperienza di pace e riconciliazione interiore

Ripartire da Dio significa farsi pellegrini verso di lui aprendosi al dono della sua Parola, lasciandosi riconciliare e trasformare dalla sua grazia. Non c’è altro porto di pace, altra sorgente di vita che vinca la morte. Solo il Dio della vita sa dare riposo al nostro cuore inquieto; solo lui può liberarci dalla paura di amare e contagiarci il coraggio di scelte di libertà da noi stessi, di servizio agli altri. Solo chi si riconosce amato dal Dio vivo, più grande del nostro cuore, vince la paura e vive il grande viaggio, l’esodo da sé senza ritorno per camminare verso gli altri, verso l’Altro.

Questa esperienza di pace e riconciliazione interiore la facciamo soprattutto quando diamo a Dio tempi gratuiti di preghiera, di silenzio, di ascolto della Parola; quando siamo fedeli alla preghiera quotidiana, senza fretta, con calma, con amore; quando dedichiamo a Dio con gioia il tempo della Messa domenicale; quando lasciamo che dalle nostre labbra scaturisca la lode al Padre, il ringraziamento per le cose belle e buone che ci dà, per le persone che incontriamo e anche per gli eventi sofferti di cui non capiamo subito il senso.

Avere a cuore l’Eterno è al tempo stesso la sfida più profonda e l’offerta più grande che sia possibile vivere: testimoniare questo primato di Dio è il compito più alto che i credenti possano assolvere in questo tempo di cambiamento e di inquietudine.

Anche qui il Manzoni ci ha detto parole incisive, descrivendo in tanti episodi del suo romanzo la pace del cuore che invade l’animo di chi, in momenti burrascosi e oscuri, si affida alla Provvidenza divina: Agnese, Lucia, fra’ Cristoforo, l’Innominato... Potremmo dire che Manzoni ha capito come nel cuore della nostra gente il primato di Dio si esprime spesso in quella fiducia semplice nella Provvidenza che impedisce all’attivismo di trasformarsi in ansietà della vita.

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