La parola incatenata - Gabriella Caramore

 
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"Quando si considera un tempio il luogo dove esercitare i propri privilegi, ... Allora sì, lì mi posso anche permettere di dire parole che non contano nulla perché tanto ho il mio ruolo, difendo il mio ruolo e allora mi posso permettere di dire qualunque cosa ... "

 

Non sono molto preparata sul tema delle omelie, e sul tema del tempio o fuori tempio, anche perché è molto che non frequento il tempio, però mi si dice che le omelia predicate nelle chiese sono spente, asfittiche, esangui, cioè senza carne e senza sangue, e a questo io ci credo.

 

C’è una bella espressione di Hirschel che dice “le parole non sono di carta, sono di carne”, quando non si sente che una parola è di carne, quella parola, altro che di carta, cioè è di fumo, di vento. Recentemente ero a Torino, c’era un sacerdote che lavora col vescovo e diceva “ma perché non c’è più la fede, perché c’è questa mancanza di fede?”

 

E mi veniva da replicare “ecco non sarà perché manca il senso di una chiesa fatta di carne e di sangue, cioè una comunità di carne e di sangue, che ascolta parole di carne e di sangue?” Invece continuiamo a predicare, a seguire questi grandi preparativi per la sindone, si fa la sopraelevata per l’arrivo del papa, e dappertutto sindone, e dappertutto il sacro volto e questo e quello …

 

Allora non sarà per questo che c’è mancanza di fede? Perché queste, quelle che un tempo si chiamavano le sovrastrutture, sovrastano quello che dovrebbe essere il senso della parola da comunicare. E non sarà perché questa chiesa, la chiesa guarda molte altre cose, ma mostra un volto dove sembra una corte piena di intrighi – guardate la cronaca di questi giorni – gli intrighi di corte, un po’ una favoletta, una favola tremenda.

 

Ecco, e quindi a volte, io che non frequento i templi, mi giunge notizia, o attraverso le persone, o attraverso internet, di parole pronunciate dentro il tempio, che sono parole di carne e di sangue. Anche recentemente la predica di don Pino a Rosarno, beh, è stata una forte omelia quella, in cui, senza aggredire, ha richiamato i cristiani a quello che è il loro compito, se vogliono essere i seguaci di Gesù di Nazaret. Cioè a non escludere, ma includere, a non aggredire, a rispettare, ad accogliere, come dire, a realizzare una comunità umana con i loro simili, quale che sia il colore della loro pelle.

 

Oppure le omelie tenute … penso a don Michele Do in Valle D’Aosta, ecco allora penso che non è il tempio o non il tempio che fa la qualità dell’omelia, ma quando si considera un tempio il luogo dove esercitare i propri privilegi, “ecco questa è la mia corte, il mio tempio …”.  Allora sì, lì mi posso anche permettere di dire parole che non contano nulla perché tanto ho il mio ruolo, io difendo il mio ruolo e allora mi posso permettere di dire qualunque cosa, sono autorizzato a dirla. Intendere così il tempio, significa svuotarlo e invece la parola di Dio quando viene annunciata, c’è quella bella espressione di Lutero, che dice “la parola dovrebbe essere scatenata”, cioè tolta fuori dalle catene che la tengono prigioniera, che la tengono chiusa; una parola libera, non soggetta a vincoli.

 

Ecco scatenata sì, ma non sradicata, cioè non strappata alla sua radice che è la parola di Dio, l’evangelo, l’annuncio della parola di Dio, del perdono per chi ha una colpa, la liberazione degli schiavi, di un ordine del mondo che veda prima gli ultimi, e i miti ereditare la terra, i poveri godere della ricchezza di Dio.

 

Mentre troppo spesso questa parola pronunciata nei templi è incatenata, non scatenata, e invece sradicata, cioè lontana dalla sua linfa, dalla sua radice, dalla sua fonte. Allora non è il tempio che fa la differenza, lo dico io che sono fuori dal tempio, prendetela così … ma il modo di intendere il tempio. “Non su questo monte, né nel tempio a Gerusalemme”, dice Gesù, “ma adorerete il Padre in Spirito e Verità”, cioè non dovete pensare il tempio come il vostro recinto.

 

Quando invece si considera il proprio tempio come il proprio recinto, quasi fosse una delimitazione di territorio, come fanno gli animali, allora forse la parola rischia di svilirsi. E dunque benissimo fuori dal tempio, però anche fuori dal tempio, noi lo vediamo cosa accade: anche lì le parole si incatenano ad altri ceppi, ad altri idoli.

 

Anche fuori dal tempio le parole sono schiave, degli intrighi di potere, dell’ignoranza, della malevolenza. Ecco, dobbiamo fare attenzione a non pensare che fuori dal tempio le parole siano necessariamente migliori. No, non necessariamente. Spesso fuori dal tempio c’è una qualità scadente delle parole.

 

Abbiamo tutti poca cura del linguaggio; le parole sono mosse da indifferenza, superficialità … sono stata qualche giorno fa, mi sono lasciata trascinare per una commemorazione di un amico in Campidoglio. Francamente, che tristezza! Sentire tutte queste parole, tutti che cercavano di rendergli onore, ma dicendo delle parole che erano spente, che non c’entravano niente con lui, con la sua storia.

 

Anche fuori dal tempio accade questo. Poi ci sono le parole malevole, accuse reciproche, presunzioni di sapere, parole che feriscono. Il problema è forse considerare il tempio un non-tempio e ciò che sta fuori dal tempio uno spazio di santità.  Allora perché considerare il tempio un non-tempio?

 

Se guardiamo bene anche alla storia dell’ebraismo, alla storia di Israele, è vero che c’era un tempio costruito secondo le istruzioni del Signore, dettagliatissime ecc … e che, quando questo tempio è stato distrutto, è stata violata l’identità di Israele, ma il vero tempio Israele se l’è costruito in esilio, senza mura e senza sacrifici di sangue, l’ha costruito pian piano nella memoria.

 

Cercare di recuperare il senso di quello che era stato il loro legame al loro Signore, un tentativo di fedeltà che questo popolo ha cercato più o meno di ricostruire, percorrere la strada del bene non recarsi in quella del male, un tempio non edificato, non fatto di mattoni, ma ancora di parole e di carne.

 

Questo è quello che nei secoli poi ha cementato la storia di Israele.

Allo stesso modo il rapporto di Gesù con il tempio, con le sinagoghe, nelle quali entra liberamente, si mette a leggere, a discutere, a commentare, è un rapporto di estrema libertà. E parla fuori dal tempio, parla dentro il tempio. Non è il tempio l’autorità da riconoscere, non i suoi rappresentanti, ma la parola di Dio. E su questa discute, predica e insegna, da uomo libero, da persona libera, da uomo che non ha riverenze o sottomissioni nei confronti di nessuno, da uomo che non subisce imposizioni, se non quelle della propria intelligenza e del proprio cuore.

 

Il tempio cosa dovrebbe essere, poi, dopo tutto? Un luogo dove ci si incontra come ce ne sono tanti, un luogo di preghiera come ce ne sono tanti, almeno al pari della propria cameretta, l’interpretazione della parola di Dio, dove dovrebbe essere un po’ più facile perché dovrebbe essere un luogo deputato a questo, cioè è diverso dal mercato. Ecco, ma poi se quel tempio non è un luogo di incontro, non è luogo di preghiera, se non è luogo di ascolto della parola di Dio, allora che tempio è?

 

E allo stesso tempo invece è il mondo intero che è stato benedetto dalla creazione di Dio, è il luogo in cui siamo, la nostra città, la nostra casa, la nostra famiglia, il nostro luogo di lavoro. Cioè è lì che dovrebbero essere i nostri incontri, le nostre preghiere, e anche la nostra meditazione sulla parola di Dio. Ed è per questo che, se falliscono le nostre parole nelle nostre vite, è esattamente come se fallissero in un tempio, il tempio della nostra vita.

 

Mi sono permessa invece di portare un piccolo manualetto – questo sì invece sarebbe da suggerire non solo ai predicatori, ma a chi voglia leggere o ascoltare la parola di Dio – di Dietrich Bonhoeffer, un “corso di Omiletica a Finkenwalde” che era il seminario dove lui insegnava prima della vicenda che lo vide partecipare al complotto contro Hitler e che lo vide scrivere le lettere che tutti conosciamo dal carcere.

 

E qui dice delle cose bellissime che, non solo un predicatore, ma ciascuno di noi dovrebbe fare sue quando si accosta alla parola di Dio. Dice, non ricordo molto bene, adesso non sto a ripercorrerlo, “la parola esce dalla Bibbia e va verso la comunità. Nessuno dei singoli individui deve essere lasciato solo”.

 

E quand’è che troviamo un predicatore per cui esiste la cura per questo “andare verso gli altri”? La pari dignità della parola orale, curare la bellezza e la forma della parola e, a motivo della parola predicata, il mondo sta in piedi con tutte le sue parole; pensate quindi che grande valore dare a questa predicazione.

 

Il predicatore è il testimone della scrittura, non è il testimone della sua chiesa o della sua parte o della sua identità, o della sua cultura, o della sua civiltà, delle radici cristiane, ecc. E’ un testimone della scrittura, allora, pensate come uno si dovrebbe sentire pieno di responsabilità per questa cosa. Una parola non può restare senza effetto, come dice la Bibbia, cioè quella è la parola di Dio, io te la porto e devo fare in modo che quella parola sia percepita in modo che non resti senza effetto.

 

Accompagnare il testo per la sua strada verso la comunità, è una parola che dice una verità in divenire, che non ti dice un dogma già precotto, come i cibi in scatola, ma la verità è qualcosa in divenire, allora io devo essere consapevole di questo divenire della verità.

 

E poi dice anche delle cose molto particolari, cioè come si deve preparare un predicatore alla predica? Dovrebbe cominciare già a leggere il testo e a stendere la sua predicazione al lunedì, martedì o mercoledì, poi lavorarci nei giorni seguenti; la sera del sabato non vedere nessuno, stare chiuso nella propria stanza a meditare, scriverla con la luce del giorno, perché la luce del giorno aiuta.

 

Insomma tutte cose che penso siano lontane, ma tutte cose recuperabili, in realtà, anche se so che i poveri parroci hanno le giornate piene di impegni e di affanni, ecc. Ma ricavare un piccolo spazio particolare per la parola di Dio tanti so che lo fanno. Ecco quindi grande rispetto per le parole che si devono pronunciare e per il loro esito su chi ascolta.

Ma alla fine credo che la predicazione recuperi, se è vera, l’antica complessità dell’espressione ebraica per indicare il termine ‘parola’, che è dabar, che dice sì parola, ma anche una parola molto concreta, che è gesto, che è cosa.

 

Allora molte predicazioni possono diventare semplicemente dei gesti nella nostra vita quotidiana; la parola predicata di Bonhoeffer diventa il suo gesto di far parte della resistenza, naturalmente è un gesto molto ambiguo, molto discutibile, per carità, non voglio dire, però si è assunto una responsabilità; ha capito che a quel punto bisognava tacere e compiere un gesto, fare qualche cosa.

 

Allora forse, anche in noi certe volte le parole possono tacere e provare a diventare gesti, cose. Quindi la parola predicata dovrebbe avere il sapore degli incontri, il profumo talvolta amaro della vita, per comunicare qualche cosa dello spessore che la parola porta con sé, della profondità che la parola originaria ci comunica. E certamente apprezzo molto questa iniziativa nella quale mi sono incautamente lasciata trascinare … molto incautamente … perché è vero che bisogna assumersi la libertà e il coraggio di porsi di fronte alla parola di Dio così come siamo, però è anche vero che ci vuole molto timore e tremore, cioè che non tutte le parole pronunciate possono essere accolte; pronunciate in nome della parola di Dio bisogna sapere ed essere consapevoli che si compie un gesto grave e quindi ci si deve portare appresso un senso di questa gravità e di questo peso.

 

Quindi benissimo l’iniziativa della libertà, ma chi si assume la libertà, deve assumersela anche nel senso dell’obbedienza, che appunto non è un correttivo della libertà, ma è un inveramento della libertà perché bisogna scegliere a chi e a che cosa essere obbedienti.

 

Questa libertà a cui siamo stati chiamati, come dice l’apostolo Paolo, ce la dobbiamo assumere, ma ce la dobbiamo assumere sapendo che è molto rischiosa e che è molto difficile .


Tratto da:
Intervento in occasione della presentazione del Volume  di Arturo Paoli "Omelie Fuoritempio" - Parrocchia di S. Frumenzio – Roma  - 10/02/2010

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