Siamo disposti a cambiare ? - Josè Maria Castillo




 
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"Di fatto, nella Chiesa e nella teologia, il Dio di Paolo è stato (e continua ad essere) più presente di quello di Gesù. Con il Dio di Paolo è possibile conservare il solenne pasticcio clericale che conserviamo, mentre con il Dio di Gesù, se lo prendiamo sul serio, dovremmo modificare cose e comportamenti, siamo disposti a cambiare?"

A seconda di come è il Dio nel quale ognuno crede, così è la vita che ognuno fa. Chi pone la sua fede nel denaro, facciamo il caso, senza dubbio sarà un individuo la cui vita sarà retta dalla avarizia. E la cosa più probabile è che un tale soggetto finisca per essere un corrotto o un ladro.

Un tipo così, sebbene dica di essere ateo, in realtà non lo è. Perché Dio è la realtà ultima che dà senso alla nostra vita. Una realtà che i suoi “credenti” sono disposti a servire. Per questo, senza dubbio, il Vangelo dice che il rivale di Dio è il denaro: “Non potete servire Dio ed il denaro” (Mt 6, 24; Lc 16, 13)), il “mamón” personificato come un potere che sta sempre in conflitto con quello che Dio esige e l’onesta domanda (H. Balz).

Detto ciò, se parliamo di Dio, così come tutto il mondo capisce la parola “Dio”, è importante sapere che, alle origini del cristianesimo, questa parola non ha sempre avuto lo stesso significato. In concreto, non è lo stesso il Dio che a noi si rivela in Gesù di quello del quale ci parla Paolo di Tarso. Questo in sé comporta conseguenze di enorme importanza, come dirò dopo.

In quanto al Dio di Paolo, l’esperienza vissuta da Paolo sulla via di Damasco non è stata una “conversione” (“metánoia”), nel senso proprio di questa parola.

Prima di tutto, perché Paolo non applica a se stesso il vocabolario specifico della conversione, nei ripetuti racconti lasciatici dallo stesso Paolo (Gal 1, 11-16; 1 Cor 9, 1; 15, 8; 2 Cor 4, 6) e dei quali Luca, nel libro degli Atti, offre tre racconti dettagliati (9, 1-19; 22, 3-21; 26, 9-18).

Paolo, dopo quello che ha vissuto sulla via di Damasco, ha continuato a credere nello stesso Dio nel quale ha sempre creduto, “il Dio dei nostri Padri” (At 22, 14), ed a vivere la religione nella quale era stato educato (S. Légasse). Per questo, quando Paolo parla di Dio, si riferisce al Dio di Abramo ed alle promesse fatte ad Abramo (Gal 3, 16-21: Rm 4, 2-20) (U. Schnelle).

Ebbene, sappiamo che il Dio di Abramo è il Dio che chiese ad Abramo l’uccisione e l’offerta, come “sacrificio” religioso, del suo figlio amato (Gen 22, 1-2).

È, quindi, il Dio che ha bisogno di sofferenza, di sangue e di morte per perdonare, secondo il principio spaventoso raccolto dalla lettera agli Ebrei: “senza effusione di sangue non vi è remissione” (Eb 9, 22).

Il contrasto con il Dio di Paolo è il Dio del quale ci parla continuamente Gesù e che si dà a conoscere a noi per mezzo della vita e degli insegnamenti di Gesù. Si tratta del Dio che Gesù presenta sempre come Padre. Ma non a partire dal modello del paterfamilias, il padre e padrone del gruppo familiare, che si definiva a partire dal “potere”.

No. Gesù parla sempre del Padre, che si comprende a partire dall’”amore”, dalla bontà e dalla misericordia. Così, nella parabola del figlio traviato (Lc 15, 11-32), che il padre accoglie, perdona e per il quale fa festa, senza chiedergli conto, nè spiegazioni, nè giustificazione alcuna. È il Padre “che fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni e fa piovere sui giusti come sugli empi” (Mt 5, 45). E soprattutto il Padre che si è dato a conoscere a noi in Gesù (Gv 1, 18), in maniera tale che chi vedeva Gesù, per questo stesso motivo e solo per questo vedeva il Padre (Gv 14, 9). Il Padre della misericordia, che accoglie i peccatori e vive con loro (Lc 15, 1-2; Mc 2, 15-17; Mt 9, 10-13; Lc 5, 29-32). Il Padre che, nella vita e nel comportamento di Gesù, ha fatto capire chiaramente che le sue tre grandi preoccupazioni sono state la sofferenza degli ammalati, l’indigenza dei poveri e le migliori relazioni personali tra gli esseri umani.

La conseguenza di quanto detto si comprende facilmente. Ho iniziato dicendo che, a seconda di come è il Dio nel quale ognuno crede, così è la vita che fa.

A prima vista, sembra che il Dio più duro ed esigente sia il Dio di Paolo. In realtà non è così.

Il Dio di Paolo esige sacrificio e culto. A noi non chiede più questo. Ci chiede di ripetere il “sacrificio rituale”, che rievoca ed attualizza il sacrificio di Cristo sulla croce. Per questo andiamo a messa. E, se non possiamo, paghiamo le messe. Perché è importante lasciare la coscienza tranquilla, in pace, per sentirsi perdonato.

Il Dio di Gesù, così come a noi si è rivelato nella vita, negli insegnamenti e nel comportamento di Gesù, non ha chiesto di compiere rituali del culto nel tempio. Quello che ha chiesto è stato che rispettiamo tutti, che perdoniamo tutti, che amiamo sempre tutti, che siamo sempre buoni e che ci sentiamo liberi per lavorare a fondo per una vita ed una società più egualitaria, più giusta, più felice, soprattutto per quelli che soffrono di più.

Ebbene, stando così le cose, è chiaro che il Dio che ci fa veramente paura, al quale resistiamo di più, non è il Dio di Paolo, ma quello di Gesù.

Di fatto, nella Chiesa e nella teologia, il Dio di Paolo è stato (e continua ad essere) più presente di quello di Gesù. Con il Dio di Paolo è possibile conservare il solenne pasticcio clericale che conserviamo, mentre con il Dio di Gesù, se lo prendiamo sul serio, dovremmo modificare cose e comportamenti, siamo disposti a cambiare?

Articolo pubblicato il 4.4.2016 nel Blog dell’Autore in Religión Digital


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