Beatitudine: La povertà volontaria ! - p. Alberto Maggi OSM



 
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"L'adesione alla beatitudine della povertà fa sì che su costoro Dio si manifesti pienamente rendendo inutile il ricorso alle mediazioni tipiche della religione (tempio, sacerdote, liturgia). Non più condizionata da tempi e spazi sacri, l'aspirazione dell'uomo di poter vedere Dio diventa quotidiana realtà ."  

 

È questo il primo dei cinque lunghi discorsi con i quali l'evangelista articola l'insegnamento di Gesù.

 

Vedendo dunque le folle, [Gesù] salì sul monte e, sedutosi, gli si avvicinarono i suoi discepoli. (Mt 5,1)

 

Menzionando “il monte”", con l'articolo determinativo ma senza precisi riferimenti topografici, l'evangelista non intende indicare una località geografica, bensì uno spazio teologico, dal ricco contenuto simbolico, come già si è visto per l'episodio delle tentazioni (Mt 4,8).

 

Questo monte sul quale Gesù sale richiama il Sinai, dove Dio stipulò con il popolo l'alleanza attraverso Mosè (Es 19,20), e sarà il monte dove sarà possibile vedere Gesù risuscitato (Mt 28,16).  Salendo sul monte Gesù non si allontana dalle folle, ma le attira nell'ambito della sfera divina.

 

L'azione di Gesù di sedersi allude all'intronizzazione ed autorità del Messia chiamato a sedersi alla destra di Dio (Mt 22,44).

 

Per la prima volta appaiono in Matteo i “discepoli”, termine col quale indica la condizione di apprendimento al seguito di un maestro e che non viene applicato solo per i primi quattro chiamati (Mt 4,18-22) ma esteso a tutti quelli che accoglieranno Gesù e il suo messaggio.

 

E aperta la sua bocca, insegnava loro dicendo... (Mt 5,2)

 

Con questa ridondante espressione, Matteo, per il quale il Cristo è il “Dio con noi” (Mt 1,23), allude alla risposta di Gesù al tentatore nel deserto: “Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4) e alla Sapienza divina: “Essa [la sapienza] l'innalzerà sopra i suoi compagni e gli farà aprir bocca in mezzo all'assemblea” (Sir 15,5; cf 51,25), identificando così nella persona di Gesù la Parola di Dio e la sua Sapienza.

 

L'evangelista presenta l'insegnamento di Gesù formulandolo in otto beatitudini, composte da settantadue parole.

 

I numeri sono significativi: otto è la cifra della risurrezione (Mt 28,1), e settantadue il numero delle nazioni pagane secondo il computo del Libro del Genesi (Gen 10; Lc 10,1).

 

L'intento dell'evangelista è evidente. Mentre la Legge era un'alleanza esclusiva tra Dio e Israele (Dt 5,1) la cui osservanza avrebbe consentito lunga vita (“Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do perché viviate”, Dt 8,1), le beatitudini sono l'alleanza con tutta l'umanità e consentono di avere una vita capace di superare la morte: la vita eterna.

 

Questa nuova alleanza viene formulata dall'evangelista sullo schema dell'antica. Infatti come il Decalogo si apre con l'affermazione dell’unicità di Dio (“Io sono Yahvé tuo Dio. Non avere altri dèi di fronte a me”, Dt 5,6-7), le beatitudini iniziano con la scelta del Padre quale unico Dio, espressa nella prima beatitudine dove la scelta volontaria per la povertà porta in sé il rifiuto della ricchezza, ostacolo alla crescita dell’individuo (Mt 13,22).

 

Nel Decalogo erano enumerati tre comandamenti concernenti gli obblighi verso Dio (Dt 5,8-15) e sette doveri riguardanti il prossimo (cf Dt 5,16-21). L'evangelista sostituisce gli obblighi verso Dio con tre beatitudini nelle quali si presenta la positiva azione del Signore nei confronti dell'umanità. Poi nelle altre tre beatitudini l'evangelista presenta la situazione e i bisogni della comunità e nell’ultima, la sicurezza della presenza divina anche nella persecuzione.

 

Al termine del decalogo Dio assicura che la fedeltà al suo patto sarà garanzia della sua protezione e conseguentemente di felicità da parte del popolo (“Badate di fare come Yahvé vostro Dio vi ha comandato... perché viviate e siate felici e rimaniate a lungo nel paese di cui avrete il possesso”, Dt 5,32-33).  Ugualmente Matteo chiude le beatitudini con l'assicurazione che la fedeltà a Gesù e al suo messaggio sarà garanzia della protezione del Padre pure nella persecuzione: “rallegratevi ed esultate...” (Mt 5,12).

 

Beati i poveri per lo spirito, perché di questi è il regno dei cieli. (Mt 5,3)

 

Nella lingua greca, l'aggettivo “beato”, usato inizialmente per sottolineare la felice condizione degli dèi, passò poi a designare lo stato degli uomini che nell'al di là sarebbe stato simile a quello delle loro divinità.  Nella Bibbia il termine beato viene messo in relazione con tutto quel che si riteneva rendesse l'uomo felice: lunga vita, ricchezza, figli, ecc.

  

Gesù non proclama beati quelli che la società ha reso poveri, ma i poveri per lo spirito, termine che indica una forza interiore dell'uomo che lo spinge a entrare volontariamente nella condizione di povertà.

 

La costruzione greca dei poveri di spirito, può indicare una deficienza dell’individuo (poveri di spirito), un atteggiamento spirituale (poveri nello spirito) o una scelta esistenziale (poveri per lo spirito).

 

Esclusa l’ipotesi che Gesù proclami beati i deficienti, rimane quella della povertà nello spirito, ovvero del distacco dalle proprie ricchezze pur mantenendole. La povertà di spirito diventa spirito di povertà. Ma dal contesto del discorso della montagna e del vangelo di Matteo, si vedrà che non si può essere poveri nello spirito senza essere materialmente poveri (Mt 19,21). Gesù non si rivolge a un singolo ma a una pluralità di individui (i poveri/di essi). La beatitudine non è un invito a un'ascetica povertà individuale, ma comunitaria, per trasformare radicalmente la società e permettere così l'avvento del Regno.

 

Gesù invita i suoi discepoli a farsi volontariamente tutti poveri perché nessuno più sia po-vero, come lui che “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). Quella di Gesù non è una richiesta di spogliarsi di quel che si ha, ma di rivestire chi non ha nulla, al fine di realizzare la volontà di quel Dio che aveva chiesto che nel suo popolo nessuno fosse bisognoso (“Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi”. Dt 15,4) e che sarà l’obiettivo della prima comunità cristiana dove “Nessuno infatti tra loro era bisognoso” (At 4,34) .

 

Mentre l'invito viene rivolto a tutti gli uomini (“Beati i poveri”) il pronome è selettivo (“questi”). L'uso del presente (“di essi è il regno dei cieli”) manifesta una realtà che è già in atto e non rimanda a una promessa futura.

 

A coloro che fanno la scelta libera e volontaria della povertà viene assicurato il “regno dei cieli”, da non confondere con un regno nei cieli. Matteo è l’unico evangelista a usare l’espressione “regno dei cieli”, al posto di regno di Dio, secondo la tendenza tipica degli scribi di usare dei sostituti per evitare di pronunciare o scrivere il nome divino. In luogo del nome di Dio si adoperava l’espressione “il cielo” (1 Mac 3,60).

 

Il “regno dei cieli” non proietta la promessa di Gesù in un futuro lontano (l’al di là), ma in una realtà, già presente, di avere Dio come re, ovvero un Padre che si prende cura dei suoi. Questo regno diventa realtà nel momento in cui i discepoli entrano nella condizione di poveri, e unicamente su costoro il Padre può esercitare la sua regalità: a chi si fa responsabile del benessere del proprio fratello, Gesù garantisce che il Padre stesso si farà carico della loro felicità (Mt 6,33; 25,34-40).

 

Con questa beatitudine Gesù non solo non idealizza la povertà, ma chiede ai suoi discepoli una scelta coraggiosa che consenta di eliminare le cause che la provocano.  La decisione volontaria di entrare nella condizione di poveri, viene presentata dall'evangelista come la beatitudine principale e condizione per l'esistenza di tutte le altre. Le sette beatitudini che seguono non sono che la presentazione delle situazioni (Mt 5,4-6) e delle conseguenze (Mt 5,7-10) positive che la scelta per la povertà comporta nella società e nella comunità.

 

Beati gli afflitti/oppressi, perché questi saranno consolati. (Mt 5,4)

 

Primi beneficiari dell'avvento del regno, che permette l'azione del Padre sull'umanità, sono gli “oppressi”. Con questo termine venivano indica quanti erano afflitti da un dolore così forte da dover essere espresso visibilmente attraverso lamenti e gesti quali il pianto, cospargersi di cenere e stracciarsi le vesti (Gen 37,34; Dt 34,8). In questa beatitudine l’evangelista cita la promessa del profeta Isaia dell'azione positiva del Messia, che verrà, proprio “per consolare tutti gli afflitti” (Is 61,2c). Nell’annuncio di liberazione proclamato da Isaia viene assicurata la fine della dominazione pagana e dell'ingiustizia praticata dai dirigenti del popolo, che schiacciano e sfruttano i più deboli.

 

Nella beatitudine viene omesso il riferimento storico-geografico presente nel profeta, che parla degli “afflitti di Sion” (Is 61,3), per svincolare la promessa di liberazione circoscritta a Israele, ed estenderla alle vittime di ogni oppressione politico-economica dell'umanità intera.

 

La “consolazione”, indica un'azione che non si limita al conforto, ma tende ad annullare le cause della sofferenza e ricreare le precedenti condizioni di benessere: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio... è finita la sua schiavitù” (Is 40,1.2; cf 27,7-9; Lv 26,40-45).

 

Gesù dichiara “beati gli oppressi” non in quanto tali, ma perché la loro oppressione terminerà, e li assicura che saranno oggetto di un'efficace azione liberatrice da parte di Dio, che annullerà la loro sofferenza, sopprimendo la causa che la provocava (“perché questi saranno consolati”). Sarà questa liberazione che farà loro sperimentare uno stato di grande felicità (“beati”).

 

Affinché i positivi effetti sull'umanità del “regno dei cieli” diventino realtà, è però necessaria la scelta, da parte dei credenti, della prima beatitudine. Infatti, la liberazione che Gesù promette agli oppressi, rimane condizionata dalla rinuncia ad ogni forma di accaparramento dei beni da parte dei “poveri-beati”, per l'eliminazione di ogni forma di oppressione economica nella società, condizione basilare perché cessi pure quella politica.

 

Beati i miti/diseredati, perché questi erediteranno la terra. (Mt 5,5)

 

Nel contesto delle prime quattro beatitudini (vv. 3-6), l'evangelista assicura, a quanti vivono situazioni negative, l'eliminazione della causa di sofferenza e il trasferimento in una condizione completamente positiva.

 

Così a quelli che decidono di vivere poveri, viene assicurato il regno (v. 3); a quanti sono oppressi, la fine dell'oppressione (v. 4); agli affamati e assetati, la piena sazietà (v.6) .

 

L'unica beatitudine a non avere una sua logica sarebbe la promessa di “terra” ai “miti”. L'abituale traduzione del termine greco usato da Matteo con miti, rende difficile comprendere la contrapposizione positiva della seconda parte della beatitudine: “erediteranno la terra”. La difficoltà di comprensione di una terra, promessa quale eredità ai miti, ha portato a una lettura spiritualista della beatitudine, dove la terra da ereditare si trasformava nell'al di là, e la mitezza veniva interpretata come docile sottomissione alle autorità.

 

Per comprendere chi sono i miti ai quali è diretta la beatitudine, occorre esaminare la citazione del Salmo 37 (v. 11a) contenuta nella beatitudine, “I miti invece erediteranno terra”, che si rifà alla storia di Israele.  L'equa divisione della “terra promessa” (Bar 2,34) fra le dodici tribù di Israele (Nm 32; Gs 13-21), avrebbe dovuto realizzare il desiderio di Dio che nel suo popolo nessuno sarebbe stato bisognoso (Dt 8,8-10; 15,4). Ma in realtà molti rimasero esclusi da questa divisione dall'avidità dei potenti, e i più forti s'impadronirono della porzione di terra dei più deboli, come più volte i profeti hanno denunciato: “Sono avidi di campi e li usurpano, di case, e se le prendono. Così opprimono l'uomo e la sua casa, il proprietario e la sua eredità” (Mi 2,2; Is 5,8; Sal 94,5; 1 Re 21). Nel salmo 37 viene descritta la triste situazione di quanti sono stati spogliati di tutto e sono talmente schiacciati dalla violenza dei prepotenti da essere incapaci di far valere i propri diritti e di difendersi.

 

In questo contrasto tra l'ingordigia dei proprietari terreni e l' impotenza dei diseredati, la mitezza di quest'ultimi non si riferisce al loro carattere (umiltà/mansuetudine), ma alla loro penosa condizione sociale di umiliati/sottomessi.

 

A questi miti, che spogliati di tutto vivono emarginati e oppressi, il salmista promette che Dio restituirà una “terra”, cioè il terreno che è stato loro espropriato. Secondo la cultura dell'epoca per la quale “Colui che non può dire sua una terra, non è un uomo”, la restituzione della terra restituisce al diseredato la dignità perduta, consentendo un'indipendenza economica tale da poter definitivamente uscire dalla condizione di diseredati e vivere tranquilli: “godranno di grande pace” (Sal 37,11b).

 

La promessa di Gesù è concreta e immediata: grazie alla decisione dei poveri-beati, di condividere generosamente tutto quel che sono e che hanno, i diseredati riceveranno in dono gratuito “la terra”, cioè ritroveranno la dignità perduta, assicurando a quanti sono stati vittime dell'ingordigia dei potenti, un benessere e una dignità mai conosciuti (beati), nella quale si potrà riconoscere il compimento delle promesse di Dio (Dt 28,11).

 

La risposta di Dio alla situazione degli oppressi e dei diseredati viene espressa nella seguente beatitudine:

 

Beati gli affamati e assetati della <di questa> giustizia, perché questi saranno saziati. (Mt 5,6)

 

In questa beatitudine l'uso dell'articolo determinativo rimanda a una giustizia già conosciuta dai destinatari delle beatitudini: sono le situazioni di sofferenza dell'umanità causate dall'ingiustizia ed espresse con le immagini degli oppressi e dei diseredati (vv. 4-5).

 

L'assicurazione del ripristino di una piena situazione di giustizia viene formulata attraverso la soddisfazione di necessità fisiologiche quali la fame e la sete) indispensabili per il mantenimento in vita dell'uomo (Am 8,11).

Con l'immagine di fame e sete soddisfatte viene indicata la pienezza di vita alla quale sono chiamati i credenti nella realtà del regno di Dio i cui effetti cominciano a manifestarsi con la scelta volontaria della povertà: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta” (Ap 7,16; cf Is 49,10).

 

La pratica della giustizia, intesa come soccorso concreto da parte di Dio verso le categorie più deboli si concretizza nel dare il pane agli affamati: [Dio] rende giustizia agli oppressi: dà il pane agli affamati”, Sal 146,7), mentre l'ingiustizia, responsabile dell'esistenza di oppressi e diseredati, si manifesta nell'avidità di chi affama gli uomini per il proprio tornaconto.

 

Per eliminare la radice di questa ingiustizia, Gesù chiede alla comunità dei credenti di entrare nella categoria dei poveri (v. 3) per permette a Dio di esercitare, attraverso loro, la sua giustizia mediante la consolazione degli oppressi e il ristabilimento della piena dignità e libertà ai diseredati.

 

Matteo adopera il verbo saziare solo tre volte nel suo vangelo: in questa beatitudine e nei due episodi dei pani e dei pesci (Mt 14,20; 15,37). Attraverso l'uso intenzionale del verbo saziare (anziché nutrire), l'evangelista non sottolinea soltanto che questi affamati e assetati verranno abbondantemente appagati da Dio, ma collegando la beatitudine con l'episodio della condivisione dei cinque pani e due pesci, indica che solo nutrendo gli affamati si può saziare la propria fame e sete di giustizia. Gesù assicura che l'appagamento della fame e sete della giustizia non rimane a livello di intenzioni ma diventa operativo nella condivisione dei beni che annulla gli effetti dell'ingiustizia: “Tutti mangiarono e furono saziati” (Mt 14,20; 15,37).

 

Dopo aver presentato i positivi effetti del "regno dei cieli" sull'umanità (vv. 4-6), l'evangelista elenca in tre beatitudini (vv. 7-9), gli aspetti visibili nella comunità della scelta per la povertà e la conseguente risposta da parte di Dio. Le tre beatitudini non riguardano diverse categorie di persone proclamate beate, ma la conseguenza nei discepoli dell’accettazione della prima beatitudine.

 

Beati i misericordiosi, perché questi riceveranno misericordia. (Mt 5,7)

 

Nella Bibbia la misericordia non viene intesa tanto come sentimento, quanto come concreto soccorso con il quale viene aiutato chi si trova in difficoltà.

 

Quasi sempre attribuita a Dio, la misericordia è la caratteristica che lo rende riconoscibile, ed esprime l'azione concreta con la quale il Signore recupera il popolo infedele, e lo aiuta a tornare entro i termini dell'alleanza (Sof 3,17). La scelta dell'aggettivo misericordioso indica che l'evangelista non si riferisce al carattere compassionevole della persona, bensì a un'attività abituale permanente che lo rende riconoscibile come tale.

 

I “misericordiosi”, sono coloro che avendo accolto la prima beatitudine sono sempre disponibili ad aiutare quanti sono in difficoltà a uscire dallo stato di necessità nel quale si trovano. Prolungamento dell'attività misericorde del Padre, l'azione del misericordioso non è diretta dall'alto verso il basso, ma è un servizio che parte dal basso per rialzare chi si trova prostrato.

Per questo l'atteggiamento del misericordioso non sarà mai quello del ricco che aiuta il povero (beneficenza), o del forte che soccorre il debole, ma di colui che, “debole con i deboli” (1 Cor 9,22), si fa solidale con chiunque si trova in difficoltà, e “piange con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,15).

 

Lo stato di felicità (beati) che sarà proprio dei misericordiosi, è garantito dalla sicurezza che ogni volta si troveranno ad aver bisogno di aiuto lo riceveranno da parte di Dio. L'impiego del pronome (essi/questi), sottolinea come l'azione di Dio si possa manifestare esclusivamente su coloro che abitualmente soccorrono quanti necessitano di aiuto.

 

Il comportamento dei misericordiosi è reso possibile dall'accoglienza delle prima beatitudine. Solo quanti si fanno ultimi possono stare dalla parte degli ultimi e solo costoro, con la loro attività, consentono al Signore di mostrarsi pienamente Padre nella loro vita perché, in sintonia con il suo stesso amore, sono gli unici capaci di recepirlo.

 

L’aiuto del Padre supererà di molto quello prestato dai misericordiosi, che sperimenteranno nella loro esistenza la presenza di un Dio che si prende cura anche degli aspetti minimi o insignificanti della propria vita (Mt 10,30-31).

 

Beati i puri di cuore perché questi vedranno Dio (Mt 5,8) .

 

Anche questa beatitudine dipende dalla prima: come la scelta per la povertà scaturisce dall'interno dell'uomo per un atto di volontà (per lo spirito), ugualmente la purezza nasce dalla parte più intima della persona, dalla sua coscienza, che nella cultura ebraica viene identificata nel cuore, la parte interiore dell'uomo, sede del pensiero, della volontà (spesso tradotto con mente, Dt 29,3; 1 Re 5,9).

 

La rinuncia dei poveri-beati di ogni forma di ambizione li conduce a una trasparenza permanente di vita, che si esprime nella sincerità del rapporto con gli altri (Mt 5,37). La fedeltà a questo comportamento dona loro la possibilità di una continua percezione della presenza divina.

 

Essendo il Dio invisibile (Col 1,15) l'oggetto della visione, Matteo non adopera un verbo che indica una visione materiale, ma il verbo greco che indica una percezione dell'intimo della persona, e che viene adoperato per le realtà provenienti dalla sfera divina, come la trasfigurazione (Mt 17,3) e la resurrezione (Mt 28,17).

 

Questa capacità di vedere non dipende infatti dalla vista, ma dalla fede scaturita dalla purezza interiore. È la trasparenza di condotta nei confronti degli uomini quel che permette di percepire la presenza del Dio con noi (Mt 1,23). Questa visione di Dio non è un premio riservato al futuro, ma una costante quotidiana esperienza nel presente.  In questa beatitudine l'evangelista allude al Salmo 24, l'unico passo della Scrittura dove si trova l'espressione “puro di cuore” (“Chi può salire sul monte del Signore? Chi può restare nel suo santo luogo? Chi è innocente di mani e puro di cuore, chi non eleva a vanità la sua anima e non fa giuramenti a scopo d' inganno”, Sal 24,3-4). Il salmo, che veniva cantato entrando nel tempio di Gerusalemme, enumera gli atteggiamenti richiesti per l'ammissione alla presenza del Signore, e condiziona la visione di Dio alla necessità del cuore puro.  Mentre il salmista elenca la purezza di cuore come uno dei tanti requisiti necessari per partecipare al culto dentro il tempio, per l'evangelista, l'attitudine dei puri di cuore permette immediatamente la visione di Dio.

 

L'adesione alla beatitudine della povertà fa sì che su costoro Dio si manifesti pienamente rendendo inutile il ricorso alle mediazioni tipiche della religione (tempio, sacerdote, liturgia). Non più condizionata da tempi e spazi sacri, l'aspirazione dell'uomo di poter vedere Dio diventa quotidiana realtà nell'esistenza dei puri di cuore.

 

Quello che nella cultura dell'epoca era esclusivo privilegio degli angeli, viene esteso a tutti i credenti, non come premio riservato in un lontano futuro, ma come costante quotidiana esperienza. L'atteggiamento dei misericordiosi e dei puri di cuore viene riassunto e riformulato nella beatitudine seguente:

 

Beati i costruttori di pace, perché questi saranno chiamati figli di Dio. (Mt 5,9)

L'espressione costruttore di pace (solo qui nel NT), significa artefice di pace, pacificatore. Il termine ebraico shalòm, pace, designa tutto quel che contribuisce a rendere felice l'esistenza della persona. L'impegno dei costruttori di pace risponde al progetto di Dio sull'umanità e manifesta la sua volontà verso tutti gli uomini (“Dio vi ha chiamati alla pace!”, 1 Cor 7,15b).

 

L'attività che favorisce questa felicità è strettamente legata al concetto di giustizia, e nasce dall'opzione contro l'accumulo dei beni e il potere, espressa con l'accettazione della prima beatitudine.

 

L'impiego del termine costruttori di pace indica che la beatitudine non riguarda il carattere di quanti tendono ad evitare ogni situazione di conflitto (i pacifici), ma l'attività di quanti abitualmente lavorano per favorire situazioni di pace (i pacificatori).  I costruttori di pace per la felicità altrui sono disposti a perdere la propria pace. La loro attività non sarà indolore ma attirerà l'ostilità di quanti si vedono smascherati dal loro rifiuto di ogni forma di potere e di ricchezza (Sap 2,12-15).

 

Quanti lavorano per la pace e la felicità degli uomini vengono chiamati figli di Dio. Il concetto di figlio di Dio ha due significati: da parte dell'uomo implica somiglianza a Dio, e da parte di Dio protezione al figlio. Figlio, nel mondo semitico, è colui che mediante la propria condotta prolunga quella del padre (Sir 11,28; Gv 5,19), è colui che assomiglia al padre.

 

Quanti si adoperano per la pace degli uomini somigliano al Padre perché collaborano al progetto di Dio sull'umanità, che consiste nel permettere a ogni uomo di raggiungere una condizione di piena felicità. Il discepolo che accoglie l’invito alla beatitudine della povertà orienta la sua vita al bene degli altri e Dio li può chiamare/riconoscere figli suoi in quanto come lui trovano la propria gioia nel rendere felice l'uomo (Dt 30,9).

 

Questi imitatori dell'azione del Padre vengono chiamati figli di Dio (titolo che nella Bibbia viene applicato al popolo d'Israele, ai re, e ai giusti, 2 Sam 7,14; Sal 89,30), cioè viene ad essi assicurata la protezione di Dio (“Se il giusto è figlio di Dio, egli l'assisterà”, Sap 2,18) nelle inevitabili sofferenze che l'attività a favore del bene degli uomini comporterà e che sarà oggetto dell'ultima beatitudine:

 

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. (Mt 5,10)

Nel testo greco l'assenza dell'articolo avanti al termine giustizia non consente di collegare quest'ultima alla beatitudine degli “affamati e assetati della giustizia” (Mt 5,6a), che, riguarda una promessa futura che deve ancora realizzarsi (“saranno saziati”, Mt 5,6). L'impiego del presente (di essi è il regno dei cieli), come nella prima beatitudine, indica che questa giustizia è già visibile (“a causa”), ed è il motivo di una persecuzione già in atto.

 

Nel linguaggio biblico, con il termine giustizia s'intende la fedeltà sia da parte di Dio verso gli uomini che da parte di questi verso Dio con l’osservanza delle leggi del Signore, come appare chiaramente in Matteo dove su sette volte che appare il vocabolo giustizia, in ben sei si tratta di fedeltà/osservanza alla volontà di Dio (Mt 3,15; 5,20; 6,1.33; 21,32).

 

Il verbo perseguitare viene adoperato nell'At per la persecuzione causata dalla fedeltà del giusto ai voleri di Dio, e questo è il significato che si ritrova nel vangelo di Matteo e, prevalentemente, nel NT. La giustizia, che scatena la persecuzione, è la fedeltà alle beatitudini e in particolare alla prima, la scelta della povertà con la quale si accoglie Gesù e il suo messaggio e si permette al regno di diventare realtà.

 

Mediante la ripetizione in quest'ultima beatitudine della stessa motivazione della beatitudine della povertà (“perché di essi è il regno dei cieli” v. 3), Matteo sottolinea la stretta relazione esistente tra i “poveri per lo spirito” e i “perseguitati per la loro fedeltà”, dimostrando che si tratta di una sola categoria di persone: i “poveri-perseguitati” ai quali viene assicurata la protezione del Padre.

 

La persecuzione è la conseguenza inevitabile della scelta compiuta dai poveri-beati: mentre i potenti, per mantenere la propria agiatezza, sono capaci di togliere la vita all'uomo, i seguaci di Gesù, per assicurare il benessere dell'uomo, non esitano a mettere a rischio la propria esistenza: “vi mando come pecore in mezzo ai lupi...” (Mt 10,16).

 

Collegando l'ultima beatitudine alla prima, l'evangelista invita i poveri per lo spirito a mantenersi fedeli alla scelta fatta, nonostante la persecuzione che l'opzione per la povertà può comportare. Al gruppo dei poveri-perseguitati, Matteo assicura che, nonostante le apparenze, i persecutori non vinceranno mai, perché tra costoro e i perseguitati, Dio si pone dalla parte di questi ultimi (10,28). A costoro Dio non promette una consolante ricompensa futura, ma fa sperimentare la sua protezione nel presente (“beati”).  Le beatitudini sono un invito a trasformare radicalmente la società e permettere così l’avvento del Regno di Dio. Per questo le beatitudini sono precedute dall’invito alla conversione per consentire la realizzazione del regno di Dio (Mt 4,17).

 

In una società dominata dai tre verbi maledetti avere, salire, comandare, che causano negli uomini la rivalità, l’odio e l’ingiustizia, Gesù propone come alternativa il regno di Dio, l’ambito dove, anziché la cupidigia dell’avere sempre di più, vi sia il condividere, dove al posto del salire al di sopra degli altri vi sia lo scendere a fianco degli ultimi, e dove anziché la brama di comandare vi sia la gioia del servire.

 

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