Siamo veramente autentici ? - p. Carlo Maria Martini SJ



 
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"Esiste o non esiste la libertà che si giochi per se stessa e non per un calcolo sottile? Non è forse vero che tutto ciò che avviene nell’uomo, anche nei suoi sentimenti più profondi, è frutto di un calcolo, di un tornaconto, di una speranza di ricevere, di un “do ut des”? ...È il dramma che avvolge la nostra realtà, perché ogni situazione umana libera vuole sapere se si fonda nella verità, nell’autenticità, nella gratuità oppure sul tornaconto. "

I personaggi fondamentali del racconto sono tre:

– Giobbe, il quale viveva nella terra di Uz, al di fuori quindi dei confini d’Israele: «uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male». Uomo ricco: «Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’oriente» (Gb, 1,1-3).

– La seconda figura caratteristica del prologo è Satana, l’accusatore, personaggio misterioso che appare presso la corte di Dio come colui che mette in luce negativamente le azioni degli uomini. Egli chiede che Giobbe venga tentato. 

– Il terzo personaggio del dramma è Dio che, dall’alto della sua corte, segue le azioni degli uomini e in qualche maniera le ha presenti.

Il racconto è composto di due momenti o prove:

– Giobbe è provato nei suoi beni. «Un messaggero venne e gli disse: “I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo”.

Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: “Un fuoco divino è caduto dal cielo, si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo”».

Il terzo messaggero annuncia la rapina dei cammelli e il quarto la morte dei figli e delle figlie a causa del vento impetuoso che ha investito la casa dove essi stavano mangiando e bevendo (1,13-20).

A questa prova, certamente durissima, segue un atteggiamento di Giobbe, che viene espresso così: «Si alzò, si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto» (1,20-22).

– Allora Satana chiede una seconda possibilità di provare Giobbe e lo colpisce con una piaga maligna «dalla pianta dei piedi alla cima del capo» (2,7). Privato della sua integrità fisica, oltre che di tutti gli averi, Giobbe è considerato come maledetto da Dio; allontanato da casa sta seduto in mezzo alla cenere: a indicare simbolicamente che non è altro che miseria. «Allora sua moglie disse: “Rimani ancora fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!”». In realtà, la moglie lo invita, non a benedire bensì a maledire Dio; la Scrittura conia la frase in maniera da non offendere. «Ma egli rispose: “Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”. In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra» (2,9-10).

La storia si conclude con la notizia dei tre amici che vanno a condolersi con Giobbe e a consolarlo. Alzano gli occhi da lontano, non lo riconoscono e poi, dando in alte grida, si mettono a piangere. Si siedono accanto a lui per sette giorni e sette notti in silenzio.

Questo il prologo.

Le domande

1. Che cosa significano i personaggi?

Giobbe è certamente una figura non reale, una specie di modello di laboratorio. Egli è simbolo dell’uomo giusto, e quindi benedetto da Dio, che non ha alcun motivo per attirare su di sé il male: né per causa sua e nemmeno per causa dei figli, dal momento che suole addirittura sacrificare ogni volta che essi hanno banchettato, onde cancellare le eventuali colpe commesse.

Non è un personaggio reale, perché ciascuno di noi ha delle colpe di cui dolersi se deve sopportarne le cattive conseguenze. Viene dunque creata appositamente una figura astratta nella quale si possa cogliere un modo di conoscenza di Dio.

È anche interessante che Giobbe sia presentato con delle caratteristiche che non lo legano a una particolare tradizione religiosa, confessionale. In tutto il Libro, infatti, non ricorrono i vocaboli tipici della tradizione ebraica – alleanza, legge, tempio, Gerusalemme, sacerdozio –. In lui può rispecchiarsi qualunque uomo di buona volontà, onesto, che abbia il senso di Dio e del suo mistero.

Satana significa ciò che in qualsiasi modo tenta e prova l’uomo attraverso i momenti difficili.

2. Se queste sono le due realtà che si muovono nella scena introduttiva, ci chiediamo che cosa sta al centro di quest’azione tanto singolare.

Potremmo rileggere la domanda di Satana, che muove l’azione. Il Signore gli dice: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male”. Satana rispose al Signore e disse: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia”» (1,8-11).

La posta in gioco si configura come una domanda irriverente o una scommessa fatta sull’uomo: esiste o non esiste la gratuità nell’azione umana? Esiste o non esiste la libertà che si giochi per se stessa e non per un calcolo sottile? Non è forse vero che tutto ciò che avviene nell’uomo, anche nei suoi sentimenti più profondi, è frutto di un calcolo, di un tornaconto, di una speranza di ricevere, di un “do ut des”?

Questa è, in fondo, l’accusa che ciascuno di noi sente dentro di sé e che l’analisi del profondo mette continuamente in luce:

l’uomo non sa amare gratuitamente e ogni sua azione è motivata da un interesse o addirittura da un risentimento, da una vendetta.  Azioni veramente limpide, pulite, non esistono e la stessa religiosità – l’azione più alta dell’uomo – nasce dalla speranza di ricevere un premio o si appoggia a un premio già ricevuto.

È il dramma che avvolge la nostra realtà, perché ogni situazione umana libera vuole sapere se si fonda nella verità, nell’autenticità, nella gratuità oppure sul tornaconto.

Quante volte noi ci poniamo domande anche sulla scelta della vocazione, sulla perseveranza, sul nostro servizio: sono frutto di amore di Dio oppure di comodità, calcolo, inclinazione, predisposizione? E alla fine restiamo desolati perché ci accorgiamo che le reali motivazioni delle azioni sono spesso meschine. Satana, l’accusatore, afferma dunque che non esiste religiosità vera, che l’uomo è incapace di amore gratuito, di vivere l’alleanza con Dio. Dio gli offre un’alleanza alla pari e con amore autentico e sincero attende una risposta di amore autentico e sincero; ma questa non è possibile, è falsità, illusione. La religione, perciò, è oppio del popolo, copertura di motivazioni economiche, sociali, politiche, psicologiche, culturali; non esiste il vero amore di Dio, la divinità stessa è inventata dall’uomo per coprire e sublimare le proprie motivazioni. In realtà, l’uomo gioca con se stesso.

Al centro del dramma narrato nel prologo non c’è però soltanto la scommessa di Satana sull’uomo, ma anche la scommessa di Dio che crede alla verità dell’uomo e ha fiducia in lui. Per questo è un dramma universale; esso copre tutta la gamma delle situazioni umane libere, soprattutto di quelle nelle quali una sofferenza innocente mette alla prova portando l’uomo all’espressione più vera di sé.

Il lettore si sente coinvolto nella lotta perché avverte subito che è in gioco anche la sua capacità o incapacità di essere autentico. Come dice un commentatore contemporaneo del Libro di Giobbe: «La sacra rappresentazione di Giobbe è troppo poderosa per ammettere lettori indifferenti. Chi non entra nell’azione con sue domande e risposte interiori, chi non prende posizione con passione, non comprenderà un dramma che per sua colpa rimarrà incompleto. Ma se entra e prende posizione si scoprirà sotto lo sguardo di Dio, messo alla prova dalla rappresentazione del dramma eterno e universale dell’uomo Giobbe» .

È ciò che noi chiediamo al Signore di poter fare attraverso la rilettura del prologo del Libro.

Gli insegnamenti

Ecco alcune riflessioni conclusive sul tema della prova.

1. La prova c’è e c’è per tutti, anche per i migliori. Giobbe non offriva nessun motivo per essere tentato, perché era perfetto in tutto. È dunque necessario prendere coscienza che la prova o tentazione è un fatto fondamentale nella vita.

2 . Dio è misterioso. Egli sa benissimo se l’uomo vale o non vale, lo sa prima di provarlo, eppure lo prova. «Io ti ho fatto passare per quarant’anni nel deserto per metterti alla prova e per vedere se tu veramente mi amavi» (cfr. Dt 8,2), dice il Signore al popolo di Israele esprimendo lo stesso concetto. Questo comportamento di Dio è parte, mi sembra, di quel mistero impenetrabile per cui, pur conoscendo il Figlio, lo mette alla prova nell’incarnazione. Perché anche l’incarnazione e la vita di Gesù sono una prova.

3. L’atteggiamento a cui tendere nella prova è la sottomissione, l’accogliere e non il domandare. Nel prologo emerge come conclusivo e risolutivo, ma verrà poi elaborato nelle sue tappe lungo il corso del poema. «Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore... Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 1,21; 2,10).

Questa misteriosa sottomissione, culmine dell’esistenza umana davanti a Dio, è presentata fin dall’inizio come l’atteggiamento a cui ispirarsi. Ciò non vuol dire che è già in noi, perché in Giobbe stesso sarà il frutto di tutto il suo travaglio. Tuttavia, viene messa in rilievo, perché è la sola capace di gettare una scintilla di luce sull’esperienza drammatica dell’esistenza.

4. Nella prova corriamo anche il rischio della riflessione. L’uomo, per grazia di Dio, può rapidamente assumere l’atteggiamento della sottomissione, ma subito dopo sopravviene il momento della riflessione, che è la prova più terribile. Il Libro di Giobbe si sarebbe potuto concludere alla fine del secondo capitolo, dimostrando che Giobbe aveva resistito perché il suo amore per Dio era vero, autentico. In realtà, bisogna attendere e la situazione concreta di Giobbe non è quella di chi se la cava con un sospiro, con un’accettazione data una volta per tutte; piuttosto è la situazione concreta di un uomo che, avendo espresso la propria accettazione, deve incarnarla nel quotidiano. Tutto questo dà adito allo sviluppo drammatico del Libro.

Talora noi sperimentiamo qualcosa di simile: di fronte a una decisione difficile, a un evento grave, li accogliamo presi dall’entusiasmo e dal coraggio che ci viene dato nei momenti duri della vita.

Dopo un po’ di riflessione, però, si fa strada un tumulto di pensieri e sperimentiamo la difficoltà di accettare ciò a cui abbiamo detto di sì. Questa è la prova vera e propria.

Il primo “sì” detto da Giobbe è proprio di chi istintivamente reagisce al meglio; la fatica è di perdurare per una vita in questo “sì” sotto l’incalzare dei sentimenti e della battaglia mentale. La prima accettazione, dunque, che spesso è una grande grazia di Dio, non è ancora completamente rivelativa della gratuità della persona. Occorre sia passata per il vaglio lungo della quotidianità.

La prova di Giobbe non è tanto l’essere privato di ogni bene e l’essere piagato, ma il dover resistere per giorni e giorni alle parole degli amici, alla cascata di ragionamenti che cercano di fargli perdere il senso di chi egli è veramente. Da questo punto la prova comincia a snodarsi dentro l’intelletto dell’uomo e la vera e diuturna tentazione nella quale anche noi entriamo e rischiamo di soccombere è quella di perderci nel terribile travaglio della mente, del cuore, della fantasia .

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