L'assenza di Dio - Carlo Molari

 
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Papa Francesco in una sezione dell’enciclica sulla Fede (Lumen Fidei) che sembra introdotta da lui  personalmente scrive: «La luce della fede non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo.  Per quanti uomini e donne di fede i sofferenti sono stati mediatori di luce !  Così per san Francesco d’Assisi il lebbroso, o per la Beata Madre Teresa di Calcutta i suoi poveri. Hanno capito il mistero che c’è in loro».

Conclude: «La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida
nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino».

Il riferimento alla notte e gli esempi richiamano quella che nella tradizione cristiana è chiamata la notte dello spirito.

Nella notte la luce della fede

Nella tradizione spirituale si interpretano le difficoltà di fede come prove suscitate o permesse da Dio per saggiare la fedeltà delle creature. In questo senso si parla anche del silenzio di Dio o della notte oscura come di una prova a cui Dio sottopone alcune creature.

L’espressione notte oscura (dell’anima o dello spirito) ha una lunga tradizione risalente a Gregorio di Nissa (335-395 circa), allo Pseudo-Dionigi l’Areopagita (sesto secolo) e a Giovanni Taulero (1300-1361), domenicano discepolo di Meister Eckhart (1260-1328).

Tuttavia è stato il poema di Giovanni della Croce "Notte oscura dell’anima", considerato anche un capolavoro della  letteratura spagnola, a diffonderla come momento fondamentale dell’esperienza mistica.

Giovanni della Croce di coloro che percorrono il cammino mistico afferma che dopo momenti luminosi provano tempi di aridità: «il Signore ottenebra questa luce e chiude la porta, ed essi annegano in questa notte la quale li lascia tanto aridi che essi non trovano alcun gusto nelle cose spirituali e nelle devozioni in cui erano soliti trovare diletto e piacere, ma al contrario vi trovano disgusto e amarezza .»

La ragione sarebbe quella di purificare il credente  dagli attaccamenti dei sensi e dalle illusioni delle facoltà psichiche superiori. Sarebbe quindi una  prova temporanea in vista di un traguardo di pace profonda.

Quanto al tempo egli precisa «non si può dire con certezza quanto duri … Quelli che hanno più capacità e forza per soffrire, vengono  purificati dal Signore con maggiore intensità e prontezza, coloro invece che sono molto fiacchi,  vengono condotti per questa notte a lungo con grande condiscendenza e con tentazioni deboli,  poiché il Signore concede loro ordinariamente qualche sollievo al senso affinché non tornino indietro; così essi giungono tardi … e alcuni non arrivano mai. Costoro non stanno né dentro né fuori di questa notte» .

Negli ultimi decenni ci sono stati richiami alla notte oscura anche in rapporto ad alcuni santi molto noti come Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio da Pietralcina.

Padre Raniero Cantalamessa si è interrogato: «Perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso san Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta via purgativa, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva. Madre Teresa era convinta che si trattasse proprio di questo nel caso suo; pensava che il suo ‘io’ fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerla così a lungo in quello stato».

Egli ne dà una particolare spiegazione che vede ancora Dio come attore: «La interminabile notte di alcuni santi moderni è il mezzo di protezione inventato da Dio per i santi  di oggi che vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi,  provocando corti circuiti».

Di Madre Teresa dice: «Dio l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace.  ‘Il dolore interiore che sento … è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il  parlare della gente’».

Aggiunge come spiegazione della prova divina: «l’imitazione di Cristo, la  partecipazione all’oscura notte dello spirito che avvolse Gesù nel Getsemani e in cui morì sul  Calvario, gridando: ‘Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?’. Madre Teresa è giunta a vedere  sempre più chiaramente la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il grido ‘Ho sete’  di Gesù sulla croce: ‘Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti dia una goccia  di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi … Imprimi nella mia anima e nella vita la  sofferenza del tuo cuore … Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità’».

I motivi delle ombre sono nella creatura

Questa spiegazione data dai santi ma soprattutto dai loro biografi appare molto antropomorfica e non convince. Ci possono essere di aiuto a superarla l’esperienza e la riflessione di Piene Teilhard de Chardin.

Egli descrive la sua notte oscura, come la tappa normale di ogni cammino di fede:  «Sicuro, e sempre più sicuro di dover camminare nell’esistenza come se al termine dell’Universo il Cristo mi aspettasse, non provo tuttavia nessuna certezza particolare della di Lui esistenza. Credere  non è vedere. Io cammino quanto gli altri, immagino, tra le ombre della fede» .

In questa confessione Teilhard, da una parte, descrive la sicurezza del cammino e la fiducia vitale che esso implica, ma dall’altra confessa l’incertezza delle convinzioni dottrinali anche relative allo stesso traguardo a cui si sente attratto e ammette l’evanescenza delle immagini che accompagnano le esperienze quotidiane.

Egli conosce la spiegazione tradizionale di questo fenomeno e sa che «per  giustificare questa oscurità così stranamente incompatibile con il sole divino, i dottori ci spiegano che il Signore, volontariamente, si nasconde per mettere alla prova il nostro amore» .

Di fronte a questa spiegazione Teilhard reagisce: «bisogna essere incurabilmente smarrito nei giochi dello Spirito, bisogna non aver mai incontrato in sé o negli altri la sofferenza del dubbio, per non  sentire ciò che questa soluzione ha di detestabile. Ma come, o Signore! Le tue creature sarebbero davanti a Te, smarrite ed angosciate, chiamando aiuto! Ti basterebbe, per precipitarle in Te, far vedere un raggio del Tuo sguardo, la frangia della Tua veste, e Tu non lo faresti? ».

La soluzione che Teilhard prospetta è molto più semplice: «Anche in questo caso, la soluzione liberatrice ci è fornita dall’Evoluzione»: «l’oscurità della fede è solo un caso particolare del problema del Male … Se Dio ci lascia soffrire, peccare, dubitare, significa che Egli non può, ora tutt’ad un tratto, guarirci e mostrarsi. E se non lo può fare è solo perché siamo finora incapaci, in forza dello stadio evolutivo dell’Universo, di maggiore organizzazione e di più luce».

Teilhard de Chardin non ha vissuto la notte oscura come una prova divina, bensì come la conseguenza dell’imperfetta e incompiuta condizione:

«Dio non si nasconde affinché lo cerchiamo, neppure ci lascia soffrire per aumentare i nostri meriti. Anzi, chino sulla Creazione che sale verso di Lui, Egli  lavora, con tutta la sua potenza, a beatificarla e ad illuminarla. Come una madre, Egli spia il suo neonato. Ma i miei occhi non saprebbero ancora percepirLo. Non ci vuole forse, forse, proprio,  l’intera durata dei secoli perché il nostro sguardo si apra alla luce?» .

Le ombre della fede sono un aspetto del male che accompagna il processo evolutivo. «I nostri dubbi, i nostri mali sono il prezzo e la condizione stessa d’un compimento universale. Accetto pertanto di camminare sino alla fine lungo una strada di cui sono sempre più certo, verso orizzonti sempre più sommersi nella  bruma» .

La creatura può accogliere l’azione divina e vedere la sua luce solo a frammenti successivi. La struttura temporale della creatura, trascurata fino ad ora anche dai fisici, sta acquistando una grande  importanza.

Essere tempo significa poter accogliere il flusso vitale o l’energia creatrice a frammenti e nella successione.  La tensione vitale che ogni nuovo nato avverte, contiene una necessaria illusione: la Vita è, il Bene è, il Vero è. Questa intuizione profonda si presenta come assoluta tuttavia ha riferimenti storici sempre imperfetti e limitati. In altri termini ha sempre componenti idolatriche e illusorie. Le creature attraverso le quali si esprime non possono mantenere le promesse che la Vita fa attraverso di esse.

Per queste ragioni anche la notte oscura e le difficoltà del credere  fanno parte necessaria di ogni cammino di fede.

La tensione suscitata è assoluta perché viene da Dio ma le risposte delle creature sono provvisorie rimandano oltre: verso una luce ancora assente .

Tratto da:
“Rocca” del 15 agosto 2013
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