L'ascolto ! - Frère Roger di Taizé


 
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"In ciascun uomo, in ciascuna donna una ferita è stata aperta dai fallimenti, dalle umiliazioni, dalla cattiva coscienza provocata in noi da ogni sorta di moralismo, di psicologismi...  Si è aperta forse proprio nel momento in cui avremmo avuto bisogno di una comprensione infinita e non avevamo nessuno."

Accogliere con i miei fratelli tanti giovani a Taizé significa essere anzitutto per loro uomini di ascolto, più che maestri di spirito...

Spesso non sappiamo granchè dell’ambiente di vita di coloro che che si confidano con noi. Non è importante. In ogni caso rispondere loro con consigli o categorici “bisogna” condurrebbe su vie trasversali.

Ascoltarli invece, per sgombrare il terreno e preparare in loro le vie del Cristo.

Con uno dei miei fratelli proprio oggi ci dicevamo: se, andandosene via di qui, i giovani avessero scoperto i doni deposti in ciascuno di loro...

Come ogni altro, il Cristo aveva bisogno di ascoltare una voce umana dirgli: “Sai bene che ti amo”. Per ben tre volte ha insistito con Pietro: “Pietro, mi ami tu?”.

Esercitare il dono pastorale significa anzitutto ascoltare. Ascoltare nell’altro la parte di lui stesso che gli fa male. Cercare di capire quello che giace sotto il cuore dell’altro fino a che, nel profondo di un terreno tormentato dalle prove, egli non scopra la speranza di Dio o almeno la speranza umana.

E capita spesso che, accompagnando un altro, colui che ascolta sia lui stesso condotto all’essenziale di sé, senza che l’interlocutore lo sospetti...

In ciascuno di noi vi sono doni unici: perché dubitare tanto dei propri doni?

Perché, confrontandosi con altri, desiderare i loro doni e giungere fino a seppellire i propri?

Il confronto sterilizza. La strada del Vangelo su cui incontrare lo sguardo del Cristo su di noi porta un nome: acconsentire. Acconsentire ai propri limiti, quelli dell’intelligenza, della fede, delle proprie capacità. Acconsentire ai propri doni. Questo fa nascere creazioni forti.

A poco a poco Cristo trasforma e trasfigura in noi ogni forza ribelle, contraddittoria, tutti quegli stati di sonnolenza, sui quali la volontà non sembra avere presa. Le nostre profondità intorpidite, non abitate, incredule...

Nella pazienza di Dio nulla è perduto. Cristiani quali Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, che hanno iniziato tardi una nuova vita, parlano del “fuoco acceso con tutta la legna del loro passato”. Nulla esiste senza una ragione, nulla va perduto in Dio.

In ciascun uomo, in ciascuna donna una ferita è stata aperta dai fallimenti, dalle umiliazioni, dalla cattiva coscienza provocata in noi da ogni sorta di moralismo, di psicologismi...

Si è aperta forse proprio nel momento in cui avremmo avuto bisogno di una comprensione infinita e non avevamo nessuno.

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