L' "Apocalisse" di fra Ricardo Pérez  Márquez è "forza" per le Comunità
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  Alberto Maggi




 
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"Con il libro "L'Apocalisse della Chiesa" di fra Ricardo Pérez ... scopriamo una Chiesa dell’«ortodossia», dove tutte le energie vengono adoperate per la difesa della dottrina, a scapito dell’amore, la Chiesa dei «movimenti» , dove ogni gruppo pretende di essere la vera forma di comunità cristiana e di avere l’esclusiva del messaggio di Gesù, la Chiesa dell’«interesse», adagiata sulla sua ricchezza, tanto compiaciuta della propria potenza quanto incapace e impossibilitata ad annunciare il messaggio di Gesù. "

Bisogna riconoscerlo: la lettura del Libro dell’Apocalisse è scoraggiante. Anche quanti sono armati di buone intenzioni, e sono in possesso di una discreta cultura biblica, prima o poi si arrendono, sopraffatti da immagini, simboli, figure, allusioni, tanto lontane dalla nostra realtà da rendere l’Apocalisse un libro indecifrabile, di esclusiva competenza di esperti biblisti. Per questo l’ultimo libro del Nuovo Testamento è poco letto, e di conseguenza poco conosciuto, se non in alcune sue minime parti (tra l’altro spesso travisate nel loro significato).

Senza dubbio non è facile avventurarsi nelle pagine dell’Apocalisse, un libro che sembra scritto da uno stralunato visionario, con immagini che stordiscono e disorientano per la loro complessità. E se si riesce a superare indenni l’incontro con «quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro», simili a un leone, a un vitello, a un uomo e a un’aquila mentre vola (Ap 4,6-7), ci si arrende di fronte a un agnello che «aveva sette corna e sette occhi» (Ap 5,6), per poi stramazzare definitivamente di fronte all’«enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi», mostro tremendo che con «la sua coda trascinava dal cielo un terzo delle stelle per precipitarle sulla terra» (Ap 12,3-4).

Chi trova poi la forza per affrontare le cavallette che «avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra […] capelli come capelli di donne e i loro denti erano come quelli dei leoni. Avevano il torace simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali  era come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto []»?

E non è finita … In questa terrificante escalation da film dell’orrore, leggiamo che queste cavallette «avevano code come gli scorpioni e aculei» e che «nelle loro code c’era il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi» (Ap 9,7-10).

Certo passare dalla lettura dei Vangeli a quella dell’Apocalisse non è un’impresa facile. È troppo grande il passo dalle pagine stupende dell’amore universale di Dio, un amore dal quale nessuno viene escluso, e che include anche il nemico, a quelle truculenti dell’Apocalisse, dove si parla di esseri che hanno il mandato di «togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda []» (Ap 6,4).

Imbattersi con la Morte e gli Inferi, che hanno il potere di «sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra», non è certo molto incoraggiante, anche se poi l’autore, a mo’di consolazione, ci informa che questo disastro colpirà soltanto «un quarto della terra []» (Ap 6,8). Non è un Libro che si può mettere in mano a una persona depressa, potrebbe precipitarla in un abisso di disperazione, renderla simile agli uomini dell’Apocalisse, che «cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro» (Ap 9,6).

L’impatto con queste tremende immagini quindi portò a considerare il Libro dell’Apocalisse come la profezia della fine del mondo, che avverrà quando il primo angelo suonerà la tromba, e allora ecco che «grandine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato []» (Ap 8,7). Come non terrorizzarsi all’annuncio di quel che sta per accadere, «guai, guai agli abitanti della terra, al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare» (Ap 8,6), e chiudere definitivamente un testo così sconvolgente?

Per questo siamo molto grati a fra Ricardo, che ha scelto di specializzarsi in questo testo impossibile, e ha dedicato al suo studio più di un ventennio. Un impegno e uno sforzo non comuni, che però hanno dato un buon frutto: quello di restituire il Libro ai suoi destinatari, i credenti, eliminando tutto quel che aveva distorto il suo messaggio, e che aveva allontanato dalla sua lettura, privando la comunità di un alimento così importante.

Grazie agli studi e alle ricerche di fra Ricardo, contenuti nella sua tesi di laurea presso la Pontificia Università Gregoriana (Roma), sull’Antico Testamento nel Libro dell’Apocalisse, veniamo a scoprire che non solo questo testo non incute terrore, ma rincuora, non mette paura, ma la toglie.

Quelle dell’Apocalisse non sono immagini di un visionario, ma verità per la crescita di tutti i credenti. Non sono la minaccia della fine del mondo, ma l’incoraggiamento a vivere in questo. Lo studio di Ricardo Pérez ci fa scoprire che certe immagini spaventose in realtà sono la figura del potere disumano che può produrre solo sofferenza e morte, e che il linguaggio dell’autore è quello dei profeti, che non si esprimono con concetti, ma con immagini.

L’Apocalisse, come il termine greco indica, non è l’annuncio di un disastro, ma lo «svelamento» di quel che ancora è nascosto, per animare le comunità cristiane, rafforzarle, e dar loro motivazioni valide per resistere alle difficoltà e alle persecuzioni che vivere in un mondo pagano comportava, e alla tentazione di cedere alle seduzioni che da sempre mettono alla prova la Chiesa: quelle del potere, del prestigio e della ricchezza.

L’abilità, non comune, di Ricardo Pérez Márquez è stata quella di «entrare» nel testo e renderlo vivo e attuale. In questo suo libro, adatto a ogni tipo di lettore, egli traduce e commenta i capitoli 2 e 3 dell’Apocalisse, contenenti le lettere alle sette Chiese dell’Asia.

La lettura di questo testo porta alla felice scoperta dell’incredibile  attualità, dopo due millenni, del suo messaggio.

Le Chiese alle quali Giovanni si rivolge, infatti, sono lo specchio delle differenti modalità di essere Chiesa oggi.

Così scopriamo una Chiesa dell’«ortodossia» (Ap 2,1-7), dove tutte le energie vengono adoperate per la difesa della dottrina, a scapito dell’amore, la Chiesa dei «movimenti» (Ap 2,18-29), dove ogni gruppo pretende di essere la vera forma di comunità cristiana e di avere l’esclusiva del messaggio di Gesù, la Chiesa dell’«interesse» (Ap 3,14-22), adagiata sulla sua ricchezza, tanto compiaciuta della propria potenza quanto incapace e impossibilitata ad annunciare il messaggio di Gesù.

Sarà solo un caso che l’unica di queste sette Chiese a essere sopravvissuta alle vicissitudini della storia sia quella di Smirne, la Chiesa che ha accolto la beatitudine della povertà? (Ap 2,8-11). Le altre sono state tutte cancellate dalla storia.

La Chiesa di Smirne, che come l’uomo saggio della parabola ha posto le sue fondamenta nella roccia della parola di Gesù, ancora resiste: «cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia» (Mt 7,25).

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