Amore ed Amicizia : Gesù, Pietro e noi... - p. Carlo Maria Martini SJ




 
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"La vocazione cristiana è l’assunzione di responsabilità affettuosa e amorosa per gli altri.  Non è vocazione se non entra il cuore, se non entra l’amore. Per questo la domanda fondamentale è sull’amore."

Oggetto di questa meditazione è ciò che Gesù dice a Pietro (Gv 21,15-17): «Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?” Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?” Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli rispose: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?” Egli disse: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle...”». 

Possiamo dare come titolo a questa riflessione “Gesù, Pietro e noi”: cioè leggere nei rapporti che intercorrono tra Gesù e Pietro i rapporti tra noi e Gesù in questo momento.

In che modo Gesù si manifesta a Pietro? Innanzitutto immaginiamo di fare un processo a Pietro, di sottoporlo a un piccolo tribunale ecclesiastico, composto di preti e laici, che deve esaminare il suo operato. Che cosa viene fuori?

Qualcuno evidentemente si alzerà, farà l’elenco dei doni ricevuti da Pietro, dirà che è stato uno dei primi chiamati ed è stato chiamato in una circostanza straordinaria, in occasione della prima pesca miracolosa sul lago. Quindi Pietro ha avuto il dono di conoscere bene Gesù come il Signore, è stato il primo a essere chiamato quando Gesù è salito sul monte e ha gridato il nome dei Dodici. Più volte è stato istruito a parte, accuratamente, da Gesù e quindi Gesù ha avuto una cura speciale per lui; gli ha dato una fiducia speciale quando presso Cesarea di Filippo gli ha fatto la promessa delle chiavi del Regno dei cieli.

Come si è comportato Pietro?

Qualcuno salta su e dice: «Ha osato pubblicamente rimproverare Gesù quando ha cominciato a spiegare il suo progetto, ha mostrato insensibilità per il progetto di Gesù, lo ha rimproverato in pubblico, ha detto: “Mai cose come queste per te, o Signore!”, meritandosi un rimprovero pubblico da Gesù». Pietro, inoltre, è quello che quando Gesù parlava della sua passione, del suo progetto di salvezza, non capiva; invece di spiegare agli altri, lui stesso era ottuso di fronte a questo progetto.

Ancora, Pietro ha fatto delle grandiose manifestazioni di fedeltà dicendo: «Ti seguirò fino alla morte...» e, ammonito da Gesù a stare umile, non ha raccolto l’ammonimento.

Poi Pietro è scappato dal Getsèmani, dopo aver rischiato di provocare un disastro con la reazione inconsulta della spada. Invece di impostare la difesa di Gesù sul rispetto della legge, ha usato la spada. Pur essendo un uomo a cui era stata affidata una grande responsabilità, ha perso la testa in quel momento e non ha capito come bisognava agire.

Infine, messo nella situazione di confessare chi era Gesù, ha rinnegato vergognosamente il Maestro, in circostanze addirittura banali, meschine, dove non c’era alcun bisogno di farlo.

Ultimo elemento molto grave: non ha fatto il possibile per salvare il Maestro. Se c’era qualcosa da fare era di radunare alcuni testimoni, di persuaderli, introdurli, farli parlare, radunare il gruppo degli amici, suscitare un’opinione pubblica favorevole, ottenere il rinvio del processo, e forse ci si sarebbe aspettato che un uomo che aveva una tale responsabilità svolgesse questo compito.

Era l’unico che aveva in quel momento l’autorità di farlo, aveva il dovere grave di farlo: non lo ha fatto.

Concretamente, è corresponsabile della condanna del Maestro: ha gravemente tradito la fiducia riposta in lui.

Conclusione: Pietro non merita fiducia, non è stato all’altezza del suo compito, è stato un pessimo responsabile di Chiesa nel momento difficile, ha abbandonato gli altri, si è dato alla fuga lui stesso, ha rinnegato pubblicamente.

La sentenza del piccolo processo ecclesiastico, potrebbe essere: «Sia privato per alcuni anni del permesso di confessare, sia tolto dal ministero per un certo tempo. Al massimo potrà, dopo un po’ di anni, avere qualche ufficio, ma non importante; non gli si potrà dare una parrocchia grande, perché quando dovesse predicare, la gente non dica: “Predica, ma non ha fatto”».

Per il piccolo tribunale Pietro si dovrebbe ritirare, riconoscendo di aver sbagliato. Che cosa fa Gesù? Gesù restituisce fiducia a Pietro. Non semplicemente gli dà fiducia, ma gliela restituisce, perché Pietro l’ha persa certamente, l’ha persa anche in se stesso.

Gesù gliela restituisce, e in maniera costruttiva, così da diventare un Vangelo per Pietro, una buona notizia per Pietro. Pietro abbattuto, triste, desideroso di ritornare a pescare, gradualmente si vede restituito nella fiducia e riportato alla stima di sé, alla capacità di essere di nuovo qualcuno.

Come Gesù gli restituisce la fiducia?

Non con un interrogatorio sui fatti, ma con un interrogatorio sull’amore. Così Gesù si mostra Vangelo per Pietro. Lo interroga sulla realtà che in Pietro è più profonda e più vera, va a scavare nel fondo di quest’uomo e a cercare ciò che è in lui il meglio, ciò che sa che in Pietro non è mai venuto meno, malgrado tutto.

Se lo interrogasse sulla costanza, sulla coerenza, sul dominio di sé, sulla prudenza, su tutte queste cose, Pietro forse direbbe: «Sì, ho mancato, non merito più fiducia, non sono più degno di essere chiamato tuo vicario, fai di me l’ultimo dei tuoi impiegati». Invece Gesù lo interroga sull’amore e quasi quasi noi ci scandalizziamo, oppure ci stupiamo o meglio siamo così ciechi, che non ci stupiamo della stranezza di questa interrogazione [...].

Gesù, invece, lo interroga sull’amore: «Sai amare?».

E, poiché Gesù sa quello che fa, vuol dire che questa è la domanda più importante, la domanda fondamentale, quella su cui si gioca non solo il destino dell’uomo, ma anche quello della Chiesa, quello della stessa organizzazione e vita della Chiesa.

Vediamo un po’ come Gesù interroga Pietro sull’amore. Lo interroga tre volte, quasi a dire: «No, no, no... questa è la domanda, non ne ho altre...», perché se facesse tre domande diverse: una sull’amore, una sulla capacità organizzativa e una sulla prodezza nell’agire, potremmo dire che sta facendo un quadro. Invece fa tre volte la stessa identica domanda per affermare che solo questa conta.

E questa domanda com’è formulata?

È interessante prendere il testo greco del Nuovo Testamento, che non è facile da tradurre. La versione attuale dà un’idea inesatta perché dice: «Simone, mi vuoi bene? Tu sai che ti voglio bene». E così per tre volte, sempre con lo stesso verbo.

Invece in greco ci sono due verbi: uno è il verbo filéin, che significa l’amore nel senso di amicizia, di un rapporto profondo di comprensione tra persone. Poi c’è agapào, che è il verbo più usato nel Nuovo Testamento, anche da san Paolo nell’inno della carità, e significa l’amore oblativo, cioè l’amore come dono.

Mentre l’amicizia – il filéin – è l’amore di rapporto, di mutua comprensione, l’altro è l’amore che crea comprensione, l’amore che si dona, che è tipico dell’amore divino, che, prima di essere amato, crea la possibilità di amare, rendendo l’altro capace di amare.

Gesù usa questi verbi, cioè coniuga con Pietro tutto il vocabolario dell’amore amicale e dell’amore ablativo; è come se gli domandasse: «Pietro, come ti muovi nella sfera dell’amicizia e del dono?». Si tratta di una domanda enorme, evidentemente; una domanda che fa pensare, perché tutti noi sappiamo di essere qui molto mancanti [...].

Quindi, un’interrogazione su questo punto è necessaria, un’interrogazione fatta a fondo: «Come ti muovi nella sfera della vera e leale, permanente, sincera, disinteressata amicizia? Come ti muovi nella sfera oblativa del dono che facendoti dimenticare te stesso, ti consacra e ti dedica agli altri in maniera creativa, senza aspettare che siano amabili o che ti facciano qualcosa di bene?».

In questa sfera anche Pietro sa di non muoversi perfettamente; però la sua risposta è molto bella.

Come avremmo risposto noi?

Avremmo risposto: «Sì, un po’, mi sembra, ho fatto dei progressi, vorrei, ci tengo molto, è qualcosa di importante per me...». Cioè avremmo risposto quasi sempre tenendo la palla in mano, mostrando così di non essere ancora entrati pienamente nella sfera dell’amicizia e dell’amore.

Invece Pietro fa rimbalzare la palla: «Tu lo sai».

E si rimette anche in questo a Gesù, rivelando davvero di essere entrato nella dinamica dell’amicizia e dell’amore. Pietro ha imparato molto, proprio da quelle cose che noi nel nostro processo gli abbiamo rimproverato: le sue debolezze, le sue cadute, le sue umiliazioni... I suoi colpi di testa, riconosciuti con pentimento vero, sincero, gli hanno insegnato che la cosa fondamentale per l’uomo è muoversi nella sfera dell’amore e dell’amicizia, e Pietro si è lasciato prendere da questo.

Gesù lo accoglie così, lo accoglie in quel momento e in quella realtà in cui sa che Pietro è pienamente se stesso, e da qui parte per ricostruirla.

Fin qui abbiamo esaminato soltanto la prima parola di Gesù: «Simone, ami...?». Adesso passiamo a: «...ami me...?».

Qui la parola si fa più profonda. Non basta muoversi nella sfera dell’amore e dell’amicizia; occorre che la massa dei nostri desideri sia ordinata verso il suo fine che è il Signore: il fine ultimo dell’uomo, la pienezza della manifestazione dell’uomo a se stesso, Dio come realtà trascendente di fronte alla quale l’uomo non può che donarsi.

Pietro ha ordinato questa massa di desideri, prima scomposta e turbolenta, e può esprimerla anche nella comunità.

Stranamente Gesù non dice: «Ami la Chiesa?», non dice: «Ami i tuoi fratelli?», quegli apostoli che tante volte hanno litigato con Pietro perché sembrava che Gesù lo preferisse; non gli chiede se li ha perdonati. Si accontenta di dire: «Ami me?», perché in questo amore pieno a Gesù si condensa la pienezza dei desideri, l’ordinamento, la perfezione dei desideri.

Dunque Gesù restituisce fiducia a Pietro non con un’interrogazione sui fatti o sulle attitudini, ma con un’interrogazione sull’amore a lui, come centro della storia e come Signore della Chiesa.

La vocazione cristiana

Chi è Pietro a cui Gesù si manifesta? È uno a cui Gesù affida una missione. Per tre volte Gesù gli dice: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle, pasci le mie pecorelle».

C’è anche qui qualche diversità nel greco, che l’italiano tenta di rendere. Probabilmente significa «Pasci tutto il mio gregge»: i piccoli, i grandi, tutti coloro che lo compongono; ma ciò che soprattutto vorrei notare è quel “miei”. Non dice «pasci gli agnelli, pasci la Chiesa, pasci i fedeli...», ma i “miei”. Quindi, per questo rapporto sincero d’amore che si è istituito tra Pietro e Gesù, Pietro può ricevere la missione, la vocazione di assumere la responsabilità di coloro che il Signore ama, di coloro che sono del Signore, che sono i “suoi”.

Proprio perché Pietro ama molto Gesù e Gesù ama i “suoi”, è una cosa sola con i suoi, Pietro può assumere la responsabilità per i “suoi”.

Sono le “sue” pecore, non sono di Pietro; sono coloro che Gesù ama, in cui Gesù vive, in cui Gesù opera e quindi coloro in cui Gesù è visibile: questi sono da amare profondamente, sono da pascere.

Gesù usa la metafora degli agnelli per indicare un rapporto di profonda e affettuosa responsabilità. Il pastore è un po’ padre e madre del gregge, fratello, sorella di ciascuno, non è un amministratore, non è un contabile, non è un organizzatore. Il pastore è colui che ha dei rapporti di profonda e affettuosa e amichevole responsabilità per ciascuno.

Ed ecco emergere il tema della vocazione, della chiamata [...].

E qui dobbiamo dire ciò che è più importante: che la vocazione cristiana è l’assunzione di responsabilità affettuosa e amorosa per gli altri. Non è semplicemente un impegno di carattere organizzativo. Non è vocazione se non entra il cuore, se non entra l’amore. Per questo la domanda fondamentale è sull’amore.

Vocazione è l’espressione della mia capacità di amare, nelle coordinate storiche, psicologiche della mia vita e della mia persona.

Per questo le vocazioni fondamentali nella vita cristiana sono riducibili a due: o quella di assumersi responsabilità per un’altra persona, per un uomo o per una donna con cui mi unisco pienamente in assunzione reciproca di responsabilità per divenire a nostra volta responsabili di altri: la famiglia.

Oppure quella di assumersi la responsabilità in un servizio di consacrazione nella Chiesa: consacrazione sacerdotale o religiosa.

Sono le due vocazioni fondamentali, perché sono assunzione di responsabilità personali-affettive, in cui l’amore è determinante. È chiaro che poi da queste partono tutte le altre responsabilità, perché non si può assumere responsabilità senza amore e, quindi, ogni servizio civile, sociale, organizzativo non può essere fatto senza un po’ d’amore.

Chi non ama ciò che fa, lo fa come uno schiavo e una massa di schiavi interessa soltanto a chi ha un concetto schiavistico della storia, della produzione, della vita. A noi interessa che l’umanità cresca nell’amore.

È questa la domanda a Pietro, la domanda sull’amore, cioè sul punto fondamentale della crescita umana. Ogni nostra vocazione deve stare in questo ambito, deve essere assunzione di responsabilità, fraterna, materna, paterna, amicale, nell’ambito della mia vita, della mia storia, delle mie capacità, dei miei doni, ma sempre deve raggiungere questa profondità, se è vocazione e non hobby, passatempo, ghiribizzo, oppure modo di passar la vita, di ammazzare il tempo, di sbarcare il lunario.

La vocazione è risposta alla domanda: «Mi ami tu?», «Ami tu il Signore fino in fondo, e sei pronto, in virtù di questo amore, ad assumerti la responsabilità di altri, nel modo che tu, con l’aiuto di Dio, scoprirai?».

Interrogati sull’amore

Infine c’è la domanda: «E noi?».

Abbiamo visto Pietro e Gesù. Ora per prima cosa dovremmo chiederci: merito fiducia? Merito fiducia per il Regno di Dio? Non dobbiamo aver paura di rispondere di no. Perché chi di noi può dire di meritare pienamente fiducia per il Regno di Dio, di aver dato tali prove di eroismo da meritare piena fiducia per il Regno di Dio?

Forse è meglio che diciamo al Signore:

«Signore, tu lo sai che io non merito fiducia, tu conosci la mia fragilità, la mia povertà, la mia imprudenza, le mie lune, le mie irresponsabilità, tu conosci la distanza immensa che c’è tra la mia incapacità e la responsabilità del Regno. Signore, sarai tu che, se vorrai, mi restituirai fiducia».

A questa prima domanda è bene rispondere tenendoci in grande prostrazione penitenziale, perché la nostra fragilità si conosce a mano a mano che assumiamo responsabilità. Quanto più assumiamo responsabilità, tanto più vediamo quanto siamo manchevoli. Finché uno si immagina in una situazione (l’immaginazione sempre crea il luogo ideale dove esplicarsi), si vede capace di tante cose. Quando si assumono delle vere responsabilità, allora le nostre lacune crescono e si manifestano, e ci conosciamo sempre più meschini per il Regno di Dio e non meritevoli di fiducia.

Per questo, l’atteggiamento penitenziale è un atteggiamento che ci fa scoprire quanto poco valiamo, quanto poco siamo adatti al ministero del Regno di Dio, alla chiamata, all’amore, quanto poco siamo disinteressati, altruisti; quanto molto, invece, siamo egoisti, narcisisti, ripiegati su noi stessi, preoccupati della figura, preoccupati di essere amati, di essere accolti, invece che di creare l’amabilità.Questa è la nostra povertà che, lungo l’arco della vita, conosceremo sempre di più.

La seconda domanda che dovremmo porci è: che cosa fa Gesù per me?

Gesù mi restituisce fiducia giorno per giorno. Potremmo articolare la risposta in tre momenti:

– Gesù mi interroga sull’amore. Mi dice: «Sono per te i valori dell’amicizia, dell’amore, della fedeltà i valori veramente più grandi? Sono i valori ai quali sei disposto a sacrificare il tuo interesse, il tuo egoismo, il tuo piacere...?».

– «Vivi questi valori dell’amore, dell’amicizia... con me personalmente: nella preghiera, nell’adorazione, nell’eucaristia, nel pensare spesso a me?».

– «Vivi questi valori con gli altri, con le mie pecore, con quelli che io amo?...».

Ecco l’interrogazione fondamentale sull’amore, che prelude all’assunzione di responsabilità. Gesù mi interroga sull’amore e poi mi affida qualcuno. Ciascuno di noi ha qualcuno affidato a sé e tutti siamo affidati ad altri.

Gesù vuole prepararmi a questo affidamento: sarà l’affidamento di una persona, in vista di altre, nel matrimonio; sarà l’affidamento di un gruppo nell’impegno apostolico; sarà l’affidamento di altre persone con cui collaboro nel lavoro, nell’impegno quotidiano; sarà l’affidamento di una parte del gregge del Signore nella vita consacrata, religiosa, sacerdotale.

Gesù mi affida qualcuno, e io devo prepararmi a questo affidamento vivendo con lealtà e realismo gli affidamenti che già ho. L’affidamento principale che noi abbiamo adesso è quello familiare: fratelli, sorelle, genitori. Non solo noi siamo stati affidati a loro, ma anch’essi sono affidati a noi, affinché sappiamo realizzare con essi un dialogo nella sfera dell’amicizia e dell’amore oblativo. E questo è spesso difficile e cadiamo: è difficile per tanti motivi, però anche queste sono persone affidate a noi e Gesù ci chiede di essere fedeli, in virtù dell’amore che portiamo a lui.

Gesù mi affida qualcuno e mi chiede: «Mi ami tu più di tutti costoro?». Certo, la domanda è un po’ strana, è quasi impertinente: domandare, di fronte ad altri, “mi ami tu più di tutti costoro?”.

Mi sono chiesto più volte: Gesù non poteva dire soltanto «mi ami?». Oppure dire «mi ami...» e poi aggiungere sottovoce «più di tutti?», perché gli altri non si offendessero?

Che segreto c’è in questa domanda di Gesù: «Mi ami tu più di tutti costoro?». Intanto, credo che questa domanda sia una correzione per gli altri che in fondo avevano fatto a Pietro quel processo di cui abbiamo parlato all’inizio.

Glielo avevano fatto certamente e Gesù, domandandogli di fronte a tutti: «Pietro, mi ami tu più di costoro?...», fa capire che in fondo anche gli altri l’hanno amato molto poco, e che non hanno niente da dire e devono cominciare a umiliarsi prima di criticare, perché spesso chi sembra aver amato meno ha amato di più.

Quindi Gesù restituisce fiducia a Pietro anche in questo: «Non è vero che tu mi hai amato meno, chi lo sa, chi può misurare la profondità del tuo amore? In questo momento tu mi stai amando più di tutti, proprio perché sei passato per la prova e a chi è molto perdonato, molto ama»... (Lc 7,47).

Gesù ci fa questa domanda non per paragonarci agli altri, ma per dirci. «Davvero mi ami con tutte le tue forze?».

Potremo tradurlo così per la nostra realtà personale: «Cerchi davvero di amarmi sopra ogni cosa?». Nella preghiera dovremmo rispondere umilmente: «Signore, tu lo sai, questo è il tuo segreto. Dammi la forza di amare. Fa’ che io scopra la mia vocazione, non nella sfera dell’interesse, del calcolo, del gusto puramente personale, ma nella sfera dell’amore e dell’amicizia».

Ecco le cose che questo brano evangelico ci fa scoprire: Gesù si manifesta a Pietro come Vangelo e come vocazione. Pietro allarga il cuore e il suo cuore si dilata, perché si sente accolto da Gesù, con tutto il suo peccato, con tutta la sua capacità di amare, e perciò coglie in Gesù la “buona notizia” per la sua vita, il riaffidamento di responsabilità.

In questo, Pietro vive un po’ come Paolo conversione e vocazione insieme. Anche Paolo ha vissuto insieme conversione e vocazione, si è visto affidare una missione nello stesso momento in cui gli veniva rivelato Gesù Risorto pieno di amore per la Chiesa.

Anche noi, nello stesso momento in cui scopriamo che Gesù è il Signore, scopriamo che Gesù è colui che ha fiducia in noi, malgrado tutto, e ci restituisce fiducia, ci chiama, ci affida una responsabilità.


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