Testimoni di Amore - p. Carlo Maria Martini SJ


 
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"Quando la Chiesa dell’amore attua in pieno la sua identità di comunità raccolta dal «bel Pastore» nella carità divina, si offre come icona vivente della Trinità e annuncia al mondo la bellezza che salva."

Ci troviamo sul monte in compagnia dei tre discepoli accanto a Gesù, portando con noi le loro e le nostre domande. Che cosa ci risponderà ora il Signore? In realtà, sul monte Gesù non ci parla: si trasfigura!

«Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!”» (Mc 9,2-5).

Il racconto di Luca dice che anche i due personaggi partecipano della bellezza di Gesù: «apparsi nella loro gloria» (Lc 9,31).

Il monte è nella Bibbia il luogo della rivelazione, novello Sinai dove Dio parla al suo popolo. Gesù è la Legge in persona, la Torah fatta carne, che si manifesta nello splendore della luce divina: è la Verità vivente, attestata dai due testimoni per eccellenza, Mosè ed Elia, figure della Legge e dei profeti.

Quest’esperienza appare ai discepoli non solo vera e buona, ma anche bella: è il fascino della verità e del bene, è la bellezza di Dio che si offre a loro. Tale bellezza è collegata nel racconto alla misteriosa rivelazione della Trinità: «Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!”» (Mc 9,7). La nube e l’ombra sono figura dello Spirito di Dio. La voce è quella del Padre e Gesù è indicato come il Figlio, l’Amato: è dunque la Trinità che si sta comunicando ai discepoli. La bellezza a cui fa riferimento l’esclamazione di Pietro è dunque quella della Trinità divina.

Nel racconto di Luca viene indicato espressamente dove la piena rivelazione della Trinità si compirà, nell’evento pasquale: «Parlavano della sua dipartita, che avrebbe portato a compimento in Gerusalemme» (Lc. 9,31). Negli altri sinottici l’allusione a tale evento avviene al momento della discesa. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. E lo interrogarono: «“Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”. Ed egli rispose: “Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, l’hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per loro”» (Mt 17,9-12).

La morte e risurrezione del Figlio dell’uomo sono dunque il luogo in cui la Trinità si rivela definitivamente al mondo come amore che salva:

«In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10).

La Trasfigurazione ci consente allora di riconoscere nella rivelazione della Trinità la rivelazione della “gloria”, e rinvia al pieno compimento di tale rivelazione nella suprema consegna dell’amore che si realizza sulla croce. È lì che «il più bello tra i figli dell’uomo»(Sal 45,3) si offre – nel segno paradossale del contrario – «come uomo dei dolori..., davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3). La bellezza è l’amore crocifisso, rivelazione del cuore divino che ama: del Padre sorgente di ogni dono, del Figlio consegnato alla morte per amore nostro, dello Spirito che unisce Padre e Figlio e viene effuso sugli uomini per condurre i lontani da Dio negli abissi della carità divina.

Accompagniamo allora i discepoli nel cammino che Gesù sul monte ha loro mostrato: contempliamo con loro la gloria di Dio, la divina bellezza nella croce e risurrezione del Figlio dell’uomo, dal venerdì santo – ora delle tenebre in cui la bellezza è crocifissa – fino allo splendore del giorno di Pasqua. Vorrei che questo cammino non si limitasse a una successione di richiami biblici, ma rappresentasse come un percorso di fuoco, in cui inoltrarsi con decisione personale e insieme con timore e tremore, lasciandosi bruciare dalla fiamma di Dio.

La croce, rivelazione della Trinità

La croce è rivelazione della Trinità nell’ora della “consegna” e dell’abbandono: il Padre è colui che consegna alla morte il Figlio per noi; il Figlio è colui che si consegna per amore nostro; lo Spirito è il Consolatore nell’abbandono, consegnato dal Figlio al Padre nell’ora della croce («E chinato il capo, diede lo spirito»: Gv 19,30; cfr. Eb 9,14) e dal Padre al Figlio nella risurrezione (cfr. Rm 1,4). Sulla croce il dolore e la morte entrano in Dio per amore dei senza Dio: la sofferenza divina, la morte in Dio, la debolezza dell’Onnipotente sono altrettante rivelazioni del suo amore per gli uomini. È questo amore incredibile e insieme mite e attraente che ci coinvolge e affascina, quello che esprime la vera bellezza che salva. Questo amore è fuoco divorante, a esso non si resiste se non con un’ostinata incredulità o con un persistente rifiuto a mettersi in silenzio davanti al suo mistero, cioè col rifiuto della “dimensione contemplativa della vita”.

Certo, il Dio cristiano non dà in questo modo una risposta teorica alla domanda sul perché del dolore del mondo. Egli semplicemente si offre come la “custodia”, il “grembo” di questo dolore, il Dio che non lascia andare perduta nessuna lacrima dei suoi figli, perché le fa sue. È un Dio vicino, che proprio nella vicinanza rivela il suo amore di misericordia e la sua tenerezza fedele. Ci invita a entrare nel cuore del Figlio che si abbandona al Padre e a sentirci così dentro il mistero stesso della Trinità.

Il Figlio è il grande compagno della sofferenza umana, colui che ci è dato riconoscere in tutte le sofferenze, soprattutto quelle che chiamiamo “innocenti”: si pensi a quanto è stato forte questo motivo del «dolore innocente» nell’opera instancabile di un don Carlo Gnocchi per i suoi «mutilatini». Il volto «davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3) ci appare come un volto bello, quello che Madre Teresa di Calcutta contemplava con tenerezza nei suoi poveri e nei morenti.

A Pasqua risplende la bellezza che salva, la carità divina che si effonde nel mondo. Nel Risorto, colmato dal Padre dello Spirito di vita, non solo si compie la vittoria sul silenzio della morte ed è offerta la forma dell’uomo nuovo, che è tale in pienezza secondo il progetto di Dio; ma si compie anche il supremo “esodo” da Dio verso l’uomo e dall’uomo verso Dio, si attua quell’apertura all’oltre da sé, cui aspira il cuore umano. Se facciamo nostro nella fede l’evento di Pasqua, siamo noi pure trascinati in questo vortice che ci invita a uscire da noi stessi, a dimenticarci, a gustare la bellezza del dono gratuito di sé.

La rivelazione della Trinità come bellezza divina che salva raggiunge la vita dei discepoli negli incontri testimoniati dai racconti delle apparizioni. Nella varietà cronologica e geografica di queste scene emerge una struttura ricorrente: è il Risorto che prende l’iniziativa e si mostra vivente (cfr. At 1,3). L’incontro viene a noi dall’esterno, attraverso un gesto e una parola che ci raggiungono e che sono oggi il gesto e la parola della Chiesa che annuncia il Risorto. Gesti e parole che suscitano sorpresa gioiosa, esultanza per la gloria del Risorto, consolazione nel sentirsi tanto amati, voglia di donarsi a colui che ci chiama a partecipare alla sua pienezza di vita, desiderio di gridare la lieta confessione di fede: «È il Signore!» (Gv 21,7); «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

Essere testimoni della bellezza

Chi ha incontrato il Risorto è inviato da lui a essere suo testimone: l’incontro pasquale cambia la vita di chi lo sperimenta. I pavidi fuggiaschi del venerdì santo diventano i testimoni coraggiosi di Pasqua fino a dare la vita per la confessione del loro Signore. Il suo splendore ha veramente rapito il loro cuore e ha fatto di loro gli annunciatori del dono di Dio: quelli che, avendo fatto esperienza della salvezza e gustandone la bellezza e la gioia, avvertono il bisogno incontenibile di portare ad altri il dono ricevuto. Trasfigurati dall’amore che salva, i discepoli diventano i testimoni di questa trasfigurazione: la bellezza che li ha rapiti a se stessi diventa la molla che li spinge a dare a tutti gratuitamente quanto gratuitamente è stato loro donato.

Essere testimoni della bellezza che salva nasce dal farne continua e sempre nuova esperienza: ce lo fa capire lo stesso Gesù quando, nel Vangelo di Giovanni, si presenta come il «Pastore bello» (così è nell’originale greco, anche se la traduzione normalmente preferita è quella di «buon Pastore»):

«Io sono il Pastore bello. Il bel Pastore offre la vita per le pecore... Io sono il bel Pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore» (Gv 10,11.14-15).

La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna se stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.

Il luogo in cui è possibile quest’incontro d’amore bello e vivificante con il Pastore è la Chiesa: è in essa che il bel Pastore parla al cuore di ciascuna delle sue pecore e rende presente nei sacramenti il dono della sua vita per noi; è in essa che i discepoli possono attingere dalla Parola, dagli eventi sacramentali e dalla carità, vissuta nella comunità, la gioia di sapersi amati da Dio, custoditi con Cristo nel cuore del Padre.

La Chiesa è in tal senso la Chiesa dell’amore, la comunità della bellezza che salva: farne parte con adesione piena del cuore che crede e che ama è esperienza di gioia e di bellezza, quale nulla e nessuno al mondo può dare allo stesso modo. Essere chiamati a servire questa Chiesa con la totalità della propria esistenza, nel sacerdozio e nella vita consacrata, è un dono bello e prezioso, che fa esclamare: «Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità» (Sal 16,6).

La conferma di questo ci viene dalla vita dei santi: essi non solo hanno creduto nel «bel Pastore» e lo hanno amato, ma soprattutto si sono lasciati amare e plasmare da lui. La sua carità è diventata la loro; la sua bellezza si è effusa nei loro cuori e si è irradiata dai loro gesti. Quando la Chiesa dell’amore attua in pieno la sua identità di comunità raccolta dal «bel Pastore» nella carità divina, si offre come icona vivente della Trinità e annuncia al mondo la bellezza che salva.

È questa la Chiesa che ci ha generato alla fede e continuamente ha reso bello il nostro cuore con la luce della Parola, il perdono di Dio e la forza del pane di vita. È questa la Chiesa che vorremmo essere, aprendoci allo splendore che irradia dall’alto, affinché esso – dimorando nelle nostre comunità – attiri il “pellegrinaggio dei popoli”, secondo la stupenda visione che i profeti hanno della salvezza finale: «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”» (Is 2,2-3; cfr. Mi 4,1-3; Zc 8,20s; 14,16; Is 56,6-8; 60,11-14).

Attraverso il popolo del «bel Pastore» la luce della salvezza potrà raggiungere tanti, attirandoli a lui, e la sua bellezza salverà il mondo .

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