Dio ha bisogno del nostro aiuto ! - Carlo Maria Martini


 
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"Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi ..." (Etty Hillesum)

 

Ci sono alcuni che non credono nella forza della preghiera. Anche noi spesso non ci crediamo molto. Gesù, però, insiste moltissimo su questo: «Se direte a questo gelso sradicati e buttati nel mare si butterà» (Luca 17,6). Queste parole ci spaventano, ci sembrano troppo, eppure ci dobbiamo lasciare trasformare da ciò che Gesù ci vuole dire e credere nella forza della preghiera, soprattutto della preghiera di intercessione. Per questo cercheremo di coglierne i valori.

 

Abbiamo già visto le difficoltà che coloro che non credono alla preghiera di intercessione oppongono. Abbiamo anche visto che, malgrado tutto, Dio la raccomanda molto. La Scrittura, fin dall’inizio, ne tesse le lodi e la suggerisce ampiamente. C’è una soluzione teologica di queste difficoltà che io ho trovato in un Dizionario di Spiritualità:

 

Il significato della preghiera di petizione e in particolare di quella di intercessione non è di ottenere un cambiamento della volontà di Dio ma di far sì che la creatura abbia parte ai doni di Dio.

 

Quindi, attraverso la forma esteriore della domanda a Dio, in realtà si cerca la conformazione alla sua volontà, si vuole la sua volontà e ci si unisce a essa. In altre parole, i teologi ci dicono che Dio ci concede di desiderare quanto egli vuole donarci. L’intercessione non è quindi una specie di trucco retorico o di transazione commerciale, ma un’adesione più profonda e completa alla volontà di Dio.

 

A me pare, però, che vi sia molto di più nella preghiera di intercessione. A mio avviso c’è dietro una vera e propria metafisica. Siccome però questa è una parola un po’ troppo difficile, possiamo spiegarla meglio con esempi concreti e attraverso citazioni, cioè con forme molto semplici del dire [… ]

 

Etty Hillesum

 

Partiamo dalla testimonianza di una giovane ragazza ebrea, Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943, all’età di ventinove anni. Una ragazza straordinaria . Dapprima incredula, misticamente viene a conoscere Dio, a inginocchiarsi, a pregare, così che ottiene di vivere l’esperienza della Shoah (dalle crescenti vessazioni fino alla partenza per Auschwitz) con una serenità, una pace, un’umiltà, una capacità di perdono, che sono incredibili.

 

Da parte di alcuni rabbini americani, come riconoscimento per il contributo che ho cercato di dare al dialogo ebraico - cristiano, ho ricevuto in regalo una Menorah di bronzo, alta un metro e trenta, opera di uno scultore gerosolimitano. Questo dono, se lo vedrete nel Museo del Biblico, spira quella stessa aura di compassione, di pietà, di speranza, che appare dal diario della Hillesum; espressione di una vita vissuta praticamente in un inferno.

 

All’inizio degli orrori della Shoah, quando fra gli ebrei olandesi regnavano la confusione e il terrore riguardo alla loro sorte, il giorno 11 luglio 1942 (quel giorno era Shabbat) Etty Hillesum scrive nel suo diario:

 

Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio.

 

Il giorno successivo, di domenica, oltre ad altri pensieri scrive una lunga preghiera:

 

Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi ... Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita ... E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

 

Etty Hillesum compose questa pagina quando viveva il difficile passaggio dall’ateismo alla fede, senza preoccupazioni di rigore dogmatico (sembra scritta con lo stile provocatorio di chi si rivolge a Dio quasi con rimprovero), e andava scoprendo a poco a poco lo sconosciuto volto di Dio. Queste parole però, che possono creare qualche sospetto per le menti formate in teologia, contengono una grande verità: Dio ci ha chiamato ad aiutarci, e Dio è là dove noi ci stiamo aiutando.

 

Mi pare che sarebbe troppo poco dire che Dio ci ha chiamati alla solidarietà, definita come “un accordo generale tra tutte le persone di un gruppo o tra gruppi differenti poiché hanno un comune scopo”. Dio vuole molto più di questo, egli desidera un reale interessarsi degli uni per gli altri, un aversi a cuore, a immagine della cura di lui per ognuno di noi. Egli è sempre pronto a porre a ognuno il primordiale interrogativo posto a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?» (Gen 4,9).

 

La volontà di Dio è volontà di comunione, di collaborazione, di mutuo appoggio in quanto parte del suo disegno di salvezza. Per questo il Signore spesso non mostra il suo volto, ma splende nell’aiuto dato a un altro .

 

Dal Nuovo Testamento

 

Ciò è chiaramente espresso nella parabola dell’ultimo giudizio, nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, dove il Signore dice a quelli che hanno aiutato il prossimo: «Tu l’hai fatto a me» (25,40). Dio quindi vuole proprio identificarsi con noi e con la nostra solidarietà intesa in questo senso alto: preoccupazione totale gli uni per gli altri, fino a dare la vita gli uni per gli altri. È nella medesima prospettiva la parola di Atti 9,4, ripetuta in ugual modo da Paolo in Atti 22,7 quando racconta il momento della sua conversione: «Perché mi perseguiti?». Questa parola, che certamente sconvolge Paolo, dà un’idea diversa e nuova del mistero di Dio e di Cristo.

 

Sant’Agostino

 

Dio è dunque presente in ogni opera amorevole, in tutti i gesti di perdono, nell’impegno di coloro che lottano contro la violenza, l’odio, la carestia, la sofferenza. È quanto ribadisce sant’Agostino: «Non rattristatevi o lamentatevi perché nasceste in un tempo dove non potete più vedere Dio nella carne. Egli infatti non ti tolse questo privilegio. Come egli dice: Qualunque cosa voi fate ai miei fratelli, l’avete fatta a me».

 

Coloro che hanno il dono dell’intercessione vedono la luce di Dio nel volto di ogni essere umano. In altre parole, noi possiamo dire che costoro considerano il mondo come una grande rete di relazioni (nel linguaggio dei computer, il web), dove ciascuno è dipendente dagli altri e dove c’è mutua relazione.

Mi è stato chiesto che cosa cambia nell’interiorità di una persona che entra nella dinamica della intercessione. Io risponderei dicendo che tale persona trasforma l’implicito in esplicito, cioè vede il mondo per quello che è nella sua effettiva verità: una grande rete comunicativa. All’interno di tale rete relazionale che è il mondo noi possiamo essere non comunicanti e bloccanti, oppure comunicanti e favorire le relazioni. Questa seconda alternativa è parte del disegno di salvezza. Questa realtà del mondo ci viene fatta conoscere anche con la preghiera di intercessione.

 

Mi è stato anche chiesto se ci sono dei rischi psicologici e spirituali in chi entra più intensamente in un’esperienza spirituale di intercessione. Certo, c’è il rischio della retorica, di dire parole vane e non credere a niente. Però, se ci si crede veramente, la vita ne esce sicuramente trasformata perché si vedono le cose con gli occhi di Dio.


Tratto da:

"QUALCOSA DI COSÌ PERSONALE - Meditazioni sulla preghiera" - Mondadori


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