La famigerata enciclica Humanae Vitae di Paolo VI - Michele Meschi




 
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Trovo inconcepibile che la Chiesa cattolica continui a dimostrare un interesse quasi morboso per gli articolati e proteiformi aspetti della sessualità umana, quando in tutto il Vangelo non se ne trova cenno alcuno. In compenso, sulle parole del Maestro circa potere e denaro i vuoti di memoria paiono sprecarsi. Ma non voglio essere qualunquista.

Fatta questa premessa, l'occasione è una riflessione sulla commissione finalizzata a considerare il ruolo della famigerata enciclica Humanae Vitae di Paolo VI nella società odierna.

I detrattori di papa Francesco, catto-talebani, filolefebvriani o nostalgici del tandem polacco-tedesco che siano, accuseranno nuovamente eventuali criteri di "discernimento" come madre di tutte le eresie, male assoluto del relativismo che toglie il sonno alla nuova armata Brancaleone fatta di teocon atei devoti, no-vax e madonne piangenti varie ed eventuali.

Se mai, però, temo un po' il contrario: ovvero la sconfitta del buonsenso, il possibile colpo di coda di chi proprio non ce la fa a perdere la possibilità di controllo delle coscienze dei fedeli, e allora non trova di meglio che continuare a ravanare pruriginosamente tra le lenzuola, perché là dove sta il senso di colpa, possono stare anche i principi non negoziabili, che danno tanta sicurezza ai portavoce dell'ordine e della disciplina spirituale.

Paolo VI fu un grande pontefice, si può dire il vero artefice del Concilio Vaticano II nato dall'intuizione di uno dei pochi, veri santi del nostro secolo: Giovanni XXIII. Sulla vicenda dell'Humanae Vitae, però, accade qualcosa.

Le preposte riunioni preparatorie avevano saputo cogliere fino in fondo i famosi segni del mondo, pronunciandosi con insolito slancio, per quei tempi, su temi delicati come la pianificazione familiare, l'uso della contraccezione e il controllo delle nascite. Lo fecero anche e soprattutto pensando alle situazioni critiche del continente africano e dei paesi in via di sviluppo, oltre che nell'ottica di venire incontro alla mutata sensibilità dell'intero popolo cattolico. Sottolineo intero, come tentò di testimoniare il breve regno di Albino Luciani.

Papa Montini, a sorpresa, avocò a sé la decisione finale e scrisse quindi un documento di spirito anacronistico e insolitamente contrario alle tendenze conciliari. Perché abbia agito così resta nella fanta-storia; le risposte non saranno mai davvero soddisfacenti, spaziando dall'indole propria del pontefice (continuamente in bilico tra coraggio e timore, innovazione e tradizione, ossessiva venerazione dei suoi predecessori e grande imbarazzo per il tema del sesso), al dogma dell'infallibilità pontificia, al coup de theatre dei padri conservatori.

Nel corso dei decenni i credenti, come sempre avviene - a dimostrazione che lo Spirito Santo insegna parole nuove per mondi nuovi - hanno dimostrato crescita spirituale e maturità autentica, traducendo il merito dell'enciclica in un'applicazione di essa che tenesse conto dei suoi intenti innegabili, primo fra tutti il rispetto della vita, su cui tutti siamo d'accordo.

I fedeli cattolici, i giovani in particolare, hanno compreso che possono tranquillamente coesistere l'ideale di un progetto di esistenza, nella sua interezza, aperto alla continuazione della specie, e la libera scelta nei singoli atti sessuali. In nome di contesti, situazioni contingenti, condizioni sociali ed economiche, diritto alla salute e alla prevenzione delle malattie. Dal canto loro, almeno spero, i parroci hanno smesso di domandare in confessione lumi in merito.

Se si riservasse alla valutazione dell'autorità papale in Humanae Vitae lo stesso trattamento che prevede per il mondo dei divorziati l'Amoris Laetitiae, saremmo già a posto: tutte le volte che si mette mano ai temi della coscienza, si fa violenza sulla coscienza stessa, che per sua natura non può e non deve accettare direttive. Fu lo stesso Concilio a stabilirne il primato.

Piuttosto, il dibattito in questa occasione dovrebbe essere incentrato sul diritto del mondo cattolico a non ricevere indicazione alcuna, sulla propria condotta e le proprie scelte sessuali, da parte della gerarchia vaticana o della comunità dei vescovi.

Sarebbe troppo facile trovarne motivazione nell'autorevolezza pari a zero che un mondo di celibi, sconvolto peraltro da crimini orrendi in questa sfera, potrebbe avere sull'argomento. Il problema è più radicale e ontologico.

Controllo della procreazione e discussioni sull'aborto non hanno alcun legame: il secondo tema richiede una profondità, un rispetto e un'attenzione che investono solo e unicamente corpo e psiche della donna, da racchiudersi preziosamente nei meandri del cuore di quest'ultima (e la riforma del papa sulla pratica penitenziale in merito, affidata al rapporto con qualunque sacerdote anziché coi vescovi o loro delegati, va in questo senso).

Il controllo della procreazione è solo uno degli aspetti del rapporto tra spiritualità e sessualità umane. Rapporto, come si è detto, sul quale non può esservi alcun commento religioso. Laddove sussistano criteri di rispetto reciproco e di autentico amore, valorizzazione dell'uomo e della donna, non possono esistere sciocchezze come la presunta tolleranza dell'omosessualità in assenza di atti fisici: sarebbe come dire a un fiore di non sbocciare, a una pianta di non crescere, dal momento che la sessualità umana e il benessere psicofisico di una persona passano inderogabilmente attraverso l'atto fisico. È tempo, anzi, di un profondo mea culpa da parte delle gerarchie cattoliche verso il mondo dell'omoaffettività e della cultura transgender, possibilmente senza che ci riduciamo a dover ammettere errori simili a quelli fatti con chi spiegava che il pianeta non è piatto o che le stelle girano attorno al sole.

Il controllo della procreazione può diventare il terreno in cui i cattolici maturi, finalmente liberi da ricatti morali, sensi di colpa, fardelli assassini confezionati ad hoc da improbabili censori, facciano sentire la propria voce contro l'infernale mondo dei pro-life, di chi organizza crociate in nome di valori universali e demoniaci per calpestare il diritto a una morte dignitosa, ad avere vicino il compagno di vita dello stesso sesso, a vivere liberamente il proprio essere più intimo e profondo.

Contro lo scempio di una pericolosissima tregenda curiosamente fatta di neo-medievalisti, anti-scientisti, neo-creazionisti, cattocoranici, che in nome di un anti-Dio calpestano di Dio il volto eterno, ovvero nient'altro che l'uomo. 

Nota:
www.solidando.net ospita nella rubrica "Dialogando" uno scritto di Michele Meschi che esprime le proprie idee  in piena autonomia e responsabilità .
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