Il dna di Dio è dentro di noi ! - Stefano Fratini




 
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  • "L'unica vera cosa che interessa Gesù e sulla quale lui batte continuamente è l'invito, assolutamente non religioso, ad aiutare chi è nel bisogno: malati, vedove, carcerati, stranieri, affamati, assetati. Tutti, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica. In pratica un invito ad estendere al massimo limite la propria umanità ..."

Il mio punto di partenza credo che sia comune a tanta gente. Ascoltando le letture delle cosiddette Sacre Scritture alcune di queste (poche, in verità) hanno una forza potente capace di spingerti a mettere in discussione la tua vita e le sue priorità, altre (nettamente la maggior parte) sono assolutamente ininfluenti e non smuoverebbero niente e nessuno.

Non so se a voi sia capitato. Comunque a me sì. In modo talmente chiaro ed evidente da spingermi a riflettere e a lavorarci su. Allora ho cominciato sistematicamente a mettere da parte i brani “buoni”. Beh, il risultato è di una semplicità assoluta.

Ci sono, nei Vangeli, poche frasi attribuibili in modo evidente a Gesù. Frasi che sono talmente in contraddizione con quella che era la cultura ebraica dell'epoca che nessuno dei suoi seguaci avrebbe mai potuto pensarle. Quindi sono sue.

Ci sono poi alcuni brani in cui le parole di Gesù sono confuse, poco comprensibili, in parte contraddittorie . Si intuisce che c'è uno spunto utile che però si ingarbuglia, Probabilmente i primi seguaci non sono riusciti a capire quello che Gesù voleva dire.

C'è poi il grosso dei Vangeli. E qui siamo davanti a una costruzione letteraria ideologica. Al tentativo di sovrapporre a Gesù il personaggio del Messia, il Cristo, per tentare di renderlo accettabile agli ebrei ai quali si rivolgeva la propaganda dei primi seguaci. Nascono da qui tutti gli episodi evidentemente mitologici.

Anche i tanti brani in cui avviene qualcosa “perché si compisse la Scrittura”  non sono eventi reali ma costruiti proprio per rafforzare il personaggio del Cristo. D'altra parte Gesù (ed è strano che questo fatto psicologicamente evidente non sia notato da nessuno) non poteva dire apertamente quello che pensava. Se lo avesse fatto sarebbe stato lapidato sul posto. Quella in cui viveva era una società teocratica e teocentrica. Non poteva dire “guardate che vi hanno insegnato un sacco di cavolate e che questa strada non porta da nessuna parte”.

Era costretto a partire dalla Tradizione, cercando con grande difficoltà di modificarne il senso. Tutti i suoi “avete inteso che fu detto...ma io vi dico...” sono tentativi di far capire senza dire apertamente. Questo rende facile il gioco di tutta quella corrente, cristiana ma anche ebraica, che si sforza di presentare Gesù come un pio ebreo. Un tentativo di esorcizzare la radicale negazione della Tradizione da parte di Gesù.

Da queste premesse, da queste nuove basi, nasce invece il problema di cercare di capire cosa avrebbe detto realmente Gesù se fosse stato libero di parlare.

Il dato fondamentale è la sua immagine di Dio come papà, che già rovescia completamente l'immagine dell'impronunciabile e non nominabile Dio dell'Antico Testamento, al quale lui comunque non può evitare di fare riferimento costante e continuo. Ma immagine comunque sbagliata. Infatti il papà comune dell'epoca era una persona lontanissima dall'attuale immagine di amore paterno. Immagine di amore che probabilmente Gesù aveva conosciuto nella sua famiglia ma che non era comune ai suoi contemporanei, Il padre della società in cui viveva Gesù aveva potere assoluto su moglie e figli. E Gesù parla di Dio “padre” perché allora la figura di Dio poteva essere soltanto assolutamente maschile. Non per Gesù, certamente, ma per i suoi ascoltatori.

Allora cosa possiamo capire di Gesù se anche il Dio Padre è una immagine che lui è stato costretto a usare per cercare di farsi capire ? Ma allora, se è così, nulla è vero di quello che una lettura fondamentalista ci ha consegnato per due millenni.  Possiamo capire che l'unica vera cosa che interessa Gesù e sulla quale lui batte continuamente è l'invito, assolutamente non religioso, ad aiutare chi è nel bisogno: malati, vedove, carcerati, stranieri, affamati, assetati. Tutti, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica. In pratica un invito ad estendere al massimo limite la propria umanità uscendo dai condizionamenti che spingono a conformarsi alla legge del branco, a privilegiare la difesa del possesso, a scegliere avversari e nemici da combattere.

E allora perché non pensare che in fondo Gesù parlasse di un Dio esterno perché non poteva non parlare di un Dio esterno, ma che in realtà il Dio a cui faceva riferimento è qualcosa che è dentro di noi, dentro tutti noi, ma che per sentire il quale è necessario superare i condizionamenti ? Una sorta di spinta evolutiva verso una piena umanità che ci porti a superare la natura animale dalla quale nasce l'uomo.

Quindi Gesù non sarebbe altro che uno dei tanti profeti che hanno tentato di cambiare l'uomo, senza riuscirci ? Forse sì, forse no. Forse Gesù è molto di più di un profeta sconfitto perché ha avuto il coraggio di vivere pienamente e coerentemente quel piccolo dna di Dio che aveva dentro (e che tutti abbiamo dentro), scegliendo con coraggio di vivere da figlio di Dio e mostrando a noi la strada per diventare a nostra volta figli di Dio.

Qualche citazione di voci eterodosse rispetto alla visione classica:

“Gesù non conosceva Darwin né conosceva tutte le scoperte della moderna biologia, ma conosceva la natura umana e ha individuato in maniera corretta il male da cui è affetta. Levandosi al di sopra di tutto quello che divide, egli ha predicato l'amore.

Questo messaggio, autenticamente salvatore nel senso etimologico del termine, indica la strada che l'umanità deve intraprendere epigeneticamente e che deve trasmettere culturalmente alla sua discendenza per  per contrastare gli attributi genetici nocivi che la selezione naturale ha conservato in sé nel corso delle sue remote origini africane.” (Christian De Duve - Da Gesù a Gesù passando per Darwin)

“«Chi ha visto me ha visto il Padre» Queste parole sono in verità qualcosa d'inaudito.

Ecco, un giovane uomo di circa trent'anni se ne va per un piccolo paese quasi sconosciuto, che per di più si vanta di una religione superiore, e rivolgendosi alla gente nel tempio e per la strada dice: «Guardatemi! Se voi osservate attentamente che cosa faccio e se ascoltate attentamente che cosa dico, voi vedete ed ascoltate il vostro Dio».

Questo è certamente un fatto unico nella storia del mondo e delle religioni. E tanto più presso un popolo che pensa di possedere l'unica vera conoscenza di Dio. Una parola così non avevano osato pronunciarla né Abramo né Mosè né alcuno degli apprezzatissimi profeti.

Una cosa simile poteva dunque esser giudicata soltanto come arroganza, presunzione, anzi blasfemia. Ciò nonostante il destino di quest'uomo è divenuto un evento della storia mondiale, anzi per meglio dire una tragedia, anche se si pensa ai molti milioni di persone, che nel corso degli anni si sono detti suoi seguaci.

La tragedia è consistita nel fatto che per l'appunto non si comprese tutta l'importanza di queste parole, anzi non è neppure un'ingiustizia verso la tradizione affermare che in sostanza esse non furono comprese affatto.

La miglior prova che questa affermazione apparve inaudita è la circostanza e il dato di fatto che malgrado tutte le grandi professioni di fede in Gesù, si tornò sostanzialmente a ciò che era da gran tempo sperimentato: alle concezioni di Dio anche troppo conosciute dall'Antico Testamento. Mescolate a quelle concezioni antiche, queste parole di Gesù vennero svilite, livellate nella loro enormità ed unicità — e così persero soprattutto ciò che le distingueva maggiormente, e cioè la loro forza provocatoria. A questo punto si poteva addirittura assentire, tanto più se si prendevano in blocco gli accessori veterotestamentari.” (Hanna Wolff - Vino nuovo/otri vecchi)

“L’esperienza di Gesù è riletta e riproposta alla luce di moduli culturali presenti nella Bibbia, nella tradizione giudaica, come nella religiosità di molti altri popoli: l’agnello pasquale, il "servo" sofferente, il capro espiatorio. La morte del profeta dissidente, ribelle diventa l’offerta, il sacrificio "richiesto" da Dio per sentirsi ripagato dai torti ricevuti dall’umanità.

Gesù è in definitiva il dono che il padre ha fatto agli uomini e poi subito viene a riprendersi, dopo che ha dato prova davanti a lui di ubbidienza e sottomissione, per cancellare l’insubordinazione di Adamo e dei suoi discendenti. Gesù profeta e testimone di Dio precede l'interpretazione teologica che i suoi seguaci hanno dato della sua persona e della sua esperienza. Questi hanno fatto coincidere con la proposta essenziale cristiana anche certe teorizzazioni secondarie che erano frutto di determinate culture o concezioni del loro momento storico.

Sono state le cristologie, le teorie, i discorsi accademici su Gesù a compromettere la sua immagine e a dividere la moltitudine dei credenti in lui. Il Gesù dei vangeli dovrebbe perdere i suoi tratti semitici originari, ma più ancora quelli ellenistici o asiatici che i primi pensatori hanno aggiunto, in seguito, alla sua persona.

Questa demitologizzazione è la premessa per quell'evangelizzazione di tutte le genti di cui parla Mt 28,16-20. Paolo e il più grande apostolo di Cristo, ma il Cristo che egli annuncia è stato calato in moduli teologici giudaici (capro espiatorio, agnello pasquale, servo sofferente) che deformano, se non distruggono la sua testimonianza. Il paolinismo non è il cristianesimo e non lo è neanche il giovannismo, o l'agostinianesimo.

Bisogna restituire a ognuno il suo e lasciare cadere dall'immagine di Gesù il veicolo culturale che l'ha fatto avanzare nel tempo. La deculturalizzazione non è certo opera semplice; rischia di diventare arbitraria, ma è essenziale per riscoprire il vero volto di Gesù Cristo e non confonderlo con le tinteggiature dei suoi ammiratori, dei primi come dei tempi successivi.” (Ortensio da Spinetoli – Io credo)

"Rahner ci ha ricordato che dire che Gesù era pienamente divino rappresentava un altro modo di dire che era pienamente umano. Sulla base di questa nozione della divinità di Gesù, la sua ammonizione rivolta a tutti noi, Va' e fa' anche tu lo stesso, indica un compito sommamente impegnativo, ma non impossibile.

Non possiamo inventare scuse per giustificarci, ponendo Gesù in una classe totalmente diversa. Siamo chiamati a essere quello che era Gesù; siamo chiamati a sforzarci di conseguire ciò che egli conseguì.

Possiamo avvertire e rispondere a questa chiamata, pur non potendo immaginare di raggiungere mai quanto Gesù stesso raggiunse né "arrivare" là dove lui (o Buddha) è arrivato. Lui ha già tagliato il traguardo, mentre noi, a quanto pare, lottiamo ancora per fare i primi metri. Però, ciò che è inimmaginabile è pur sempre raggiungibile. Anche se non possiamo immaginare di arrivarci e di realizzare la nostra divinità in modo altrettanto pieno quanto Gesù, domani,almeno, possiamo avvicinarci un po' più di oggi.

Sappiamo, o confidiamo, che lo sforzo vale la pena. Se il mio passaggio sul versante del buddhismo mi ha messo in grado di concepire la divinità di Gesù come qualcosa a cui si risvegliò e che maturò in lui tramite un processo di Risveglio, mi ha altresì portato a concepire quella che noi cristiani chiamiamo "salvezza" come il nostro personale Risveglio, cioè come la nostra scoperta della nostra natura divina in qualità di "figli di Dio".

Questo poi, a sua volta, mi ha fatto comprendere che la ragione per cui noi cristiani chiamiamo Gesù "Salvatore" è perché abbiamo sperimentato la sua straordinaria potenza quale "Maestro" o, in termini cristiani, "Rivelatore" “(Paul Knitter - Senza Buddha non potrei essere cristiano)

“Il teologo Carlo Molari, in un'intervista rilasciata diverso tempo fa a un settimanale, diceva che « Gesù ha colto in modo così perfetto il dono di essere uomo da diventare espressione completa della divinità. Per questo è Dio, perché la sua umanità è stata così fedele alla parola del Padre da diventare espressione della realtà divina».

Anche nella visione di un insieme che pone i suoi elementi costitutivi in ogni essere vivente è senz'altro prevedibile che, nella pienezza dei tempi, la potenzialità divina sbocci in una piena incarnazione.

Si possono avere opinioni diverse sull'itinerario seguito, ma comunque mi sembra corretto dire che il potenziale è sbocciato a tempo debito nella persona Gesù, capace di prender coscienza del suo dna divino fino a uniformarvisi nel senso pieno del termine. E tuttavia la stessa consapevolezza è sbocciata in lui anche attraverso un itinerario dal basso.

Quindi, indipendentemente dal percorso Dio-uomo che non possiamo conoscere, Gesù uomo si è reso figlio per il cammino compiuto, per aver sviluppato pienamente la potenzialità divina che aveva a disposizione.” (Antonio Thellung – Una saldissima fede incerta)

“L'esploratore era tornato dalla sua gente, che era ansiosa di sapere tutto del Rio delle Amazzoni. Ma come poteva esprimere con le parole i sentimenti che avevano invaso il suo cuore nel vedere fiori di strabiliante bellezza e nell'udire i suoni della foresta di notte? Come comunicare ciò che aveva provato nel suo cuore nell'avvertire il pericolo delle belve o nel condurre la sua canoa per le acque infide del fiume? Disse: "Andate a vedere voi stessi. Niente può sostituire il rischio personale e l'esperienza personale".

Tuttavia tracciò una mappa del Rio delle Amazzoni. Essi presero la mappa. L'incorniciarono e l'appesero in municipio. Ne fecero delle copie personali. E chiunque aveva una copia si considerava un esperto del Rio delle Amazzoni, non conosceva forse ogni svolta e curva del fiume, e quant'era largo e profondo, e dov'erano la rapide e dove le cascate?

L'esploratore visse nel rimpianto di aver tracciato quella mappa. Sarebbe stato meglio se non avesse disegnato nulla.” (Anthony De Mello – Il canto degli uccelli)

Commento :

Quando ho incontrato su Facebook Stefano Fratini è stato subito scontro . Nel tempo lo scontro è diventato, almeno per me,  incontro e valutazione dei rispettivi punti di vista. Gli ho chiesto, a margine di un commento, di argomentare e chiarire cosa intendesse con "dna di Dio" . Lo ha fatto con la nota che avete appena letto . Lasciamo da parte le valutazioni esegetiche e storiche sui vangeli, meritano di essere approfondite, ma non in questo piccolo commento . Mi interessa riprendere invece il concetto che il dna divino è dentro di noi .

In un precedente articolo avevo prospettato a Stefano la mia idea secondo cui Dio ha creato l'energia presente nel  "vuoto quantico", gli ha dato libertà nella evoluzione e il  Know-how necessario, che chiamiamo LOGOS o Principio Ordinatore, affinché l'evoluzione fosse orientata ad un Bene e ad un ordine sempre crescenti e lui, con lo stile tipico del capo redattore ANSA osservò:<<Dio ha creato l'energia presente nel vuoto quantico ?  ... e chi l'ha detto ?>> .

Ho sempre immaginato la divinità come entità fuori di noi ... e se invece ... l'energia presente nel vuoto quantico, così compressa da essere miliardi di volte più piccola della capocchia di uno spillo, fosse sempre esistita  ? ... tanto da essere assimilabile alla divinità eterna a cui noi tendiamo ?  ... e con la sua espansione ha dato origine alla creazione fino al   big bang e alla sua evoluzione ? ... Allora si, capirei che il dna di Dio è dentro di noi e che esso, per svilupparsi,  deve tendere al Bene ... sull'esempio di Gesù di Nazareth ... 

Rosario Franza



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