Chi salva un bambino, salva un mondo intero - Gabriella Caramore


 
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La riflessione che vi voglio proporre è quella sull’infanzia e sul bambino. Più che una  esperienza personale questa è una riflessione che parte da una considerazione sulle vite dei nostri bambini. Il tema di questo incontro è la donna, però anche il bambino è soggetto debole e degno della nostra attenzione.

 

Sono stata colpita al mio arrivo qui al Centro, perché la prima persona che ho incontrato è stata una ragazzina di 14 anni, che sembra molto più piccola; viene dalla Siria ed è qui da oltre un anno con la mamma che ha una malattia grave; ha qui anche un fratello un po’ più grande, bravo ma che non regge questa situazione. Il papà è in Siria e non riesce a uscire. Questa bambina, con evidente disagio, guardava con degli occhi perduti chissà dove, sorridenti e mi ha fatto pensare ai bambini nel mondo.

 

Quando parliamo dei bambini, e l’ho fatto anch’io quando ho scritto il mio libro, pensiamo ai nostri bambini dell’Occidente carichi di problemi, perché viviamo un momento difficile per la loro crescita. Se pensiamo, solo in Siria su 2 milioni di profughi che si stanno addensando alle frontiere dei paesi limitrofi, un milione sono bambini. Capiamo che cosa vuol dire?

 

Innanzitutto vuol dire che non tutti vengono con le loro famiglie. Alcuni sono affidati ad altre persone e famiglie, come accadeva durante la seconda guerra mondiale, quando per farli sopravvivere venivano affidati a famiglie più sicure o venivano fatti scappare nei boschi della Germania.

 

Citando qualche dato, perché i numeri a volte sono davvero molto efficaci, su un totale di 2 miliardi di bambini nel mondo 640 milioni vivono in alloggi non adeguati: per strada, in catapecchie, in mezzo al fango e agli insetti; 90 milioni sono sottonutriti. I comunicati della FAO ci dicono che basterebbe poco per far arrivare loro del cibo, perché il cibo c’è ma si ferma prima; basterebbe poco per far vivere questi bambini nutrendoli adeguatamente. 5 milioni di bambini muoiono per fame o per malattie dovute alla sotto nutrizione. Quasi la metà dei 3,6 milioni di persone uccise dalle guerre negli ultimi 15 anni sono bambini e quasi la metà di loro ha meno di 5 anni. 180 milioni di bambini sono vittime dello sfruttamento minorile; quasi 1,5 milioni sono vittime di traffico sessuale, traffico per lavoro e per estirpare gli organi.

 

Questo accade nel nostro mondo: nel mondo che è intorno al “nostro”. Perché ci prende questo senso di paura e di scoraggiamento quando leggiamo queste notizie sui bambini?

 

Naturalmente non è che impressionino meno le notizie sugli adulti, uomini e donne morti sfruttati o malati … però sul bambino ci prende un senso di paura maggiore, non perché siamo delle persone sentimentali, né perché questo ha a che fare con la sopravvivenza della specie. Ci prende un senso di paura perché sappiamo che i bambini sono il futuro del mondo e perché percepiamo che il bambino rappresenta una possibilità per il mondo dei viventi.

 

Il bambino ha dentro di sé il futuro e l’attesa; l’infanzia sembra custodire una potenzialità dell’umano: il bambino può ancora diventare qualcosa, può essere qualcosa che noi non siamo o non siamo stati.

 

Dentro la “dimensione bambino” sembra essere custodita un’esplosione del senso della vita umana che dobbiamo salvaguardare se vogliamo salvaguardare la nostra umanità.

 

Mi sono messa ad esplorare le antiche sapienze per cercare di capire che cosa ci dicono dei bambini. Il bambino nelle società antiche aveva meno rilievo di oggi.

 

Non c’era indifferenza verso loro, perché ogni famiglia ci teneva al proprio figlio, però il bambino non era un soggetto. Il bambino è diventato soggetto nel Novecento, quando altri soggetti si sono affacciati sulla scena della storia: le donne, il bambino, i lavoratori, i proletari e coloro che non hanno nulla.

 

L’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1989 ha approvato una convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, naturalmente diritti per lo più disattesi, però è importante che si sia stata fatta come assunzione di responsabilità nei confronti del bambino.

 

Le tradizioni antiche, nonostante lo scarso rilievo sociale che aveva il bambino, avevano centrato un’attenzione particolare sulla “dimensione infanzia”. Pensiamo al mondo greco che è pieno di mitologia dell’infanzia, da Eracle a Dioniso. Dioniso è un dio fanciullo, il dio che muore.

 

Anche il buddismo, in fondo, nasce intorno all’immagine della nascita del Budda da un parto verginale; si tratta di una nascita prematura, perché non possa compiersi in lui tutto quanto e perché la potenzialità dell’embrione rimanga ancora piena di carattere e di forza, al punto che si dice che quando Budda nacque tutti quelli che erano in conflitto tra loro fecero la pace, magari per poco tempo.

 

Sfogliando il Tao Te Ching troviamo molti capitoli dedicati al bambino. Ve n’è uno molto bello che dice:

 

“Colui che contiene la pienezza della virtù è simile a un neonato.

Vespe, scorpioni e vipere non lo pungono.

Gli animali feroci non alzano gli artigli su di lui; gli uccelli rapaci non lo ghermiscono.

Le sue ossa sono deboli e i suoi muscoli morbidi,

ma la sua presa è salda.

Non conosce ancora l’unione della femmina e del maschio

ma la sua erezione è perfetta.

La sua energia vitale è al culmine.

Tutto il giorno grida

ma non diviene rauco.

La sua armonia è al massimo.

Conoscere l’armonia è conoscere l’Eterno,

conoscere l’Eterno è illuminazione”.

 

Il neonato è indicato come il modello, l’esempio da seguire, la via; perfetto nella sua pienezza ma nello stesso tempo debole, morbido, piccolo. La stessa riflessione mi è venuta da fare percorrendo la Bibbia. Nella Bibbia non ci sono molte storie di bambini, però viene sempre ribadita l’importanza del più piccolo rispetto al più grande: Isacco che è il secondogenito è preferito rispetto a Ismaele, Giacobbe rispetto a Esaù; David è il più piccolo dei suoi fratelli, quello che pascolava il gregge, eppure diventerà il grande re d’Israele e così via. Ciò che è basso diventa ciò che è alto: la piccolezza come valore, la grandezza come disvalore fino ad arrivare a Gesù di Nazaret e alle sue frasi sul bambino che per noi sono diventate una sorta di luoghi comuni: “Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non entrerà in esso” (Marco 10); “Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli” (Matteo 18).

 

Noi siamo abituati a sentire queste frasi, ma se ci si pensa sono frasi ben strane: Gesù propone una fede adulta in quanto il Battesimo è degli adulti, la conversione è degli adulti; chiede un atteggiamento responsabile e non la scriteriatezza dei bambini. Però, nei confronti dei bambini ha un atteggiamento preciso: li prende in braccio, li tocca, li accarezza con una fisicità che non è presente altrove nel Vangelo.

 

Cerchiamo di mettere a fuoco questa scena e cerchiamo di capire che cosa ci può essere di interessante anche per noi.

 

Se facciamo rapidamente una fenomenologia dell’essere bambino vediamo che il bambino è per prima cosa una novità, una “cosa nuova” che arriva. Pensiamo a come questo elemento della novità sia importante e ci venga sottolineato.

 

Mi soffermo solo sulla Bibbia non perché pensi che la Bibbia debba essere prescrittiva, ma perché queste antiche sapienze che frequentiamo dobbiamo frequentarle in una nostra prospettiva.

 

Tutto è nuovo nella Bibbia. “In principio…” comincia così, c’è un principio, c’è una novità, c’è una voce che si fa parola, una parola che si fa mondo, un mondo che si fa tempo e storia, un’umanità che prima non c’era. Sono tutte mitologie, ma questo è il senso di quel racconto. Poi c’è un Dio, anche questo nuovo, perché si fa compagno nella vita degli esseri umani e accompagna questo popolo nella storia; un Dio che si fa promessa di libertà, anche questo è nuovo. Un Dio chesi fa umanità con Gesù di Nazaret, anche questo è nuovo (“io faccio nuove tutte le cose”). E l’ultimo capitolo della Bibbia è la “nuova Gerusalemme … nuovi cieli e nuova terra”.

 

Questo elemento del nuovo che il bambino rappresenta così bene deve farci pensare al bambino come novità. Il bambino, l’abbiamo già detto, è piccolezza. Il bambino è piccolo, che cosa c’è di più minuscolo di un bambino?

 

L’abbiamo sentito nella bellissima descrizione del Tao Te Ching, ma appunto anche nella Bibbia la piccolezza è valore, non disvalore: “tu che hai rivelato queste cose ai piccoli e le hai lasciate nascoste ai sapienti e agli intelligenti”. Quando Gesù dice i piccoli non intende i bambini ma i piccoli nella fede, però usa questa immagine della piccolezza.

 

Poi c’è la fragilità. Che cosa c’è di più fragile di un neonato, di un bambino? Un bambino lo si può ferire con un niente, è fragile. La fragilità e la debolezza sono presenti in tutta la Bibbia a partire dal popolo di Israele che è eletto e accompagnato dal Signore proprio perché è il più infelice, il più piccolo, il più senza terra, il più infedele e il più peccatore di tutti i popoli della terra. In questo senso rappresenta la fragilità umana che viene promossa, perché non diventi idolatra di se stesso e perché riconosca la sua dimensione di creatura.

 

E ancora, c’è un altro aspetto: il bambino cresce, si trasforma, è metamorfosi; il bambino cambia ed è in continua evoluzione e scoperta. Noi cogliamo la loro intelligenza, l’inventiva nel linguaggio e nella parola. Il bambino è uno scienziato, diceva Pavel Florenskij, un grande teologo e scienziato russo, quando osservava i suoi figli e quando ricordava che lui da bambino guardava incantato l’acqua che correva sotto il ponte e si chiedeva se era la stessa o se mutava ancora. Il bambino è scienza e conoscenza, non il sapere codificato dell’adulto; non la staticità dell’adulto, ma mutamento e movimento.

 

Quando Gesù vuole spiegare il regno che immagini usa? Usa immagini di cose piccole: il chicco di senape che diventa albero, il grumo di sabbia che diventa perla, il lievito che diventa pasta. Immagini semplici di qualcosa che diventa altro, che è metamorfosi e si trasforma. Ecco, allora, come il bambino diventa metafora della nostra capacità di trasformazione, della nostra capacità di progettazione. Avete intitolato una delle vostre giornate “Il progetto di una nuova umanità”; ecco la trasformazione, ecco la metamorfosi.

 

In ultimo, il bambino, come abbiamo sentito nei versi del Tao Te Ching, è l’immagine della pienezza; il piccolo Buddha quando ha mangiato è soddisfatto, ma non solo. Il bambino vive pienamente tutto ciò che vive: quando piange è puro pianto, quando ride è puro riso, quando si diverte si diverte, quando è nel dolore è nel dolore.

 

Quindi, il bambino è l’immagine della pienezza.

 

Eppure, proprio per il suo carattere di piccolezza, di fragilità, di trasformazione, il bambino è anche l’immagine piena dell’imperfezione. Appunto per questo è l’immagine della creaturalità, perché la creatura è imperfetta, la creatura non potrà mai essere perfetta. Sta nell’imperfezione la nostra umanità. Si pensi come il bambino sia definito spesso con connotazioni negative: il neonato è infante, cioè non parla; è innocente, non perché sia buono, santo (tutte cose che dicevano nell’Ottocento), ma perché non può nuocere, è talmente piccolo che non riesce a nuocere.

 

Il bambino è anonimo, cioè non ha nome. Naturalmente, avere un nome è una qualità, ma è una qualità solo se consideriamo che il nostro nome non è qualche cosa di grande, di importante.

 

Quando siamo soli, quando siamo in silenzio, quando siamo nati siamo anonimi perché non abbiamo ancora un nome. Il bambino si rivela in tutta questa imperfezione e allora per questo è l’immagine vera e piena della creatura.

Per questo ci prende questo senso di paura e strazio quando vediamo dei bambini, come nelle stragi in Siria, avvolti nel sudario anziché nelle fasce. C’è un detto della tradizione biblica che dice “chi salva un uomo salva un mondo intero” ed è un detto ripreso anche nel Corano: “chi condanna un uomo condanna il mondo intero e chi salva un uomo salva un mondo intero”.

 

Mi sembra, però, che ancor di più si possa dire che chi uccide un bambino uccide la potenzialità dell’universo e chi salva un bambino salva la potenzialità della nostra umanità.

 

Per questo occorrerebbe sviluppare e proteggere la cura del bambino, ma non, come stiamo facendo nel nostro Occidente, una cura ossessiva e un’attenzione costrittiva e mortifera. Occorrerebbe liberarne le potenzialità e il suo desiderio; liberare il desiderio del bambino non vuol dire renderlo un piccolo anarchico, ma far sì che il desiderio si sposi col senso di responsabilità.

 

Far crescere il desiderio del bambino, non significa proiettare su di lui i nostri desideri, ma capire verso dove si può espandere la sua potenzialità, e far crescere allo stesso modo la sua responsabilità. Allora, assieme all’attenzione per la donna io vi vorrei proporre e sottoporre anche l’attenzione per il piccolo, per i bambini e le bambine, per quelli che sono intorno a noi e per quelli che sono un po’ più distanti da noi, ma che rappresentano comunque il nostro futuro.


Tratto da:

21° EVENTO CULTURALE DEL CENTRO BALDUCCI - SETTEMBRE 2013

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