Il rito, l'eucarestia e la confessione nella teologia di Josè Maria Castillo



 
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Ho riletto la trascrizione della conferenza che Josè Maria Castillo ha tenuto il 24-25 settembre 2011 a Montefano . Ecco alcuni appunti per una riflessione che merita di essere ripresa .

Rito : se dal cristianesimo, dalla chiesa si togliesse il vangelo, la chiesa continuerebbe, se togliessimo i sacramenti sparisce la chiesa, i cristiani non continuano a essere cristiani. Allora questo vuol dire che la fedeltà ai sacramenti, quindi la fedeltà delle pratiche religiose, ha occupato il posto della fedeltà al vangelo.

La fedeltà ai rituali ha occupato il posto della fedeltà a Gesù.

Il Dio di Gesù era un Dio che si trovava nel profano, non era il Dio del tempio perché il Dio del tempio era il denaro, il nemico del Dio di Gesù. Il nemico aveva occupato il centro e continua ad occupare il centro.

Il Dio di Gesù era il Dio del profano, prima del fanum, fuori del fanum. Invece il Dio dei rituali è il Dio del fanum, che si trova nel fanum, nel sacro perché il rituale sacralizza lo spazio, sacralizza il tempio, sacralizza gli oggetti, sacralizza la veste.

Il rito ha la funzione di unificare, unire, armonizzare l’espressione globale, l’espressione comunitaria. Per questa ragione tutti i gruppi umani hanno dei riti, dei rituali e tutta l’espressione globale dei gruppi umani ha dei rituali.

Logos = concetto, porta al segno;
bios = vita, porta al simbolo.

I sacramenti sono situati, sono localizzati nel bios, nel simbolo, ma siccome sono dei simboli, di gruppo, comunitari, non meramente individuali, allora hanno bisogno di una certa ritualizzazione.

Il rito è l’unificazione dell’espressione simbolica del bios, dell’esperienza, della vita e questo succede dappertutto, nella vita civile, nella vita politica, nella vita culturale, nella vita sociale, dappertutto.

Nella religione ha una particolarità : l’esperienza religiosa è vincolata al tabù, alla proibizione e quindi alla minaccia e quindi al pericolo e quindi finalmente alla punizione.

In tal modo che gli studiosi del fenomeno religioso spiegano molto bene come l’esperienza del trascendente soprannaturale, l’esperienza del Dio porta in sé stessa l’esperienza del tabù. Esperienza quindi di un senso della vita, una pienezza di vita, ma allo stesso tempo una minaccia, una interdizione e quindi l’esperienza della riverenza, della sottomissione, dell’ubbidienza e se si viola, se si fa una violazione di tutto questo allora il pericolo della punizione, una minaccia.

La nostra religione è il cristianesimo. Il cristianesimo è una religione particolare tra le altre moltissime che sono in tutto il mondo. Il cristianesimo ha la sua origine in Gesù, un giudeo, più esattamente un Galileo nato al secolo primo e che è stato, come sappiamo condannato e crocefisso, cioè ammazzato con la condizione più crudele che esisteva nell’impero in quel tempo.

Allora una domanda basilare: qual’é l’origine di questi rituali che noi abbiamo e che come ho detto all’inizio occupano un posto così centrale, così invasivo, così totalizzante nella nostra religione?

Gesù non ha istituito nessun sacramento , nessuno . Qualcuno si domanderà: ma non ha istituito l’eucarestia? No

Nel vangelo di Giovanni cap. 3,22 si dice che Gesù battezzava, quindi Gesù amministrava un rituale, ma subito dopo nel cap. dello stesso vangelo cap. 4,2 si dice che non era Gesù quello che battezzava, ma erano i suoi discepoli.

Questi discepoli secondo Giovanni non erano galilei che si guadagnavano la vita pescando nel lago Tiberiade, no, secondo Giovanni erano discepoli di Giovanni Battista e si capisce che forse questi hanno imparato dal loro primo maestro Giovanni Battista a battezzare e continuavano a battezzare, ma Gesù non battezza.

Ma Gesù ha istituito l’eucaristia.

L’eucaristia, quello che ha celebrato Gesù, fu una cena per dire addio ai suoi amici e un individuo che cena con gli amici non fonda un rituale, neppure istituisce un sacramento, soltanto è una cena per salutare gli amici, per dire addio perché  non c’è stata la cena pasquale.

Matteo e Marco parlano della cena pasquale, ma Giovanni corregge: il giorno prima, non fu la cena pasquale e non si parla di nessun rituale.

La lavanda dei piedi, questa è stata istituita dopo, molti anni dopo la morte di Gesù.

Neppure in questa cena ha consacrato sacerdoti come dicono alcuni autori che scrivono sui sacramenti con molti argomenti. Tutto ciò è invenzione, mai istituito il sacramento dell’ordine perché non esisteva questo in quel tempo.

Gesù non credeva in questi riti religiosi, ha lottato contro questi rituali religiosi. Leggete il cap. 7 del vangelo di Marco, dove dice come i giudei erano impegnati nei rituali di purificazione con l’acqua.  Questo era molto frequente e continua ad essere molto frequente in molte religioni. E Gesù ha detto: questo non serve a niente, questa è una falsa religiosità perché quello che importa non è quello che da fuori entra nell’uomo, ma quello che esce dal cuore e nel cuore non esistono rituali.

Il rituale non è uno strumento che produce un effetto automatico perché questo è una concezione magica, questo è pura magia, è l’immaginazione magica della gente e Gesù ha capito questo e ha lottato contro questo, ha denunciato questo. Gesù fu un laico non  fu un prete, un funzionario, un amministratore di rituali .

L'affermazione fondamentale di Gesù è che il centro della religiosità non si trova nei rituali religiosi, ma il centro della religiosità si trova nel comportamento etico.

Il centro non sono i rituali, ma l’atteggiamento etico, un atteggiamento, un comportamento etico orientato verso la misericordia, la bontà con gli altri, la tenerezza verso i deboli, anzi deboli morali : peccatori, prostitute, … Questa misericordia, questa bontà è la chiave per la salvezza o al contrario per la perdizione.

Questo è quello che dice Gesù quando spiega cosa sarà il giudizio definitivo, finale al cap. 25 del vangelo di Matteo. Quello che è decisivo in questo giudizio non è la religione con i suoi rituali, ma l’atteggiamento verso gli ultimi, verso gli emarginati, verso i disprezzati, soltanto questo.

Pertanto quello che è definitivo non sarà come ognuno ha gestito i suoi problemi, ma i problemi degli altri.

Tutta l’educazione, tutta l’ideologia che decide il nostro atteggiamento è ordinata a gestire le cose proprie, nel migliore dei casi in favore degli altri.

Gesù pensa un’altra cosa: tutto sarà deciso da come tu hai organizzato la tua vita in funzione dei problemi degli altri.

Non c’è stata l’osservanza del sabato, non osservava il digiuno, non osservava le purificazioni, andava al tempio o in sinagoga non per partecipare ai rituali religiosi, ma per parlare alla gente e parlava in tal modo che sempre finiva male.

Eucarestia : durante la vita di Gesù, secondo i vangeli, l’atto che si ripete più volte è Gesù a tavola.  L’atto che si ripete sempre è l’atto di mangiare insieme con altri, condividere la tavola, di più ancora che delle guarigioni degli ammalati.

Nei vangeli si comincia mangiando, a Cana secondo Giovanni e si finisce mangiando perché anche il risorto segue mangiando, aveva fame anche il risorto, è curioso questo. E l’ultimo racconto con i pescatori … ha preparato anche per mangiare insieme, il pesce, il pane, sempre mangiando.  Quella gente aveva sempre fame, il primo che sempre aveva fame penso sia Gesù stesso.

Ma pensate, condividere la tavola è condividere la vita e la tavola condivisa non ha soltanto principalmente l’oggetto di riempire la pancia, ma ha una misteriosa profondità secondo la quale le persone che mangiano insieme misteriosamente si sentono più unite.

E’ un tema da elaborare dal punto di vista antropologico e umano e a partire da questo trovare il significato teologico. Dio si trova in questo fenomeno di unione che si provoca, che si crea nella tavola condivisa.

E questo ha una profondità religiosa che non ha nessun altro atto religioso. Questo è l ’atto centrale per Gesù : la tavola condivisa .

Pensate anche a questo secondo fatto, Gesù mai ha escluso nessuna persona dalla tavola,  mai !  Neppure Giuda alla cena, l’ultima cena.

Purtroppo adesso il centro è occupato dalla messa , il rituale si è sovrapposto all’esperienza , al bios , alla vita .

Nel cristianesimo tutto questo è unito e vincolato a un solo ministero, il ministero dei preti, il ministero ordinato e il ministero del sacramento dell’ordine e tutto questo ha impoverito la teologia e ha rafforzato allo stesso tempo il potere dei preti, il potere degli ordinati.

Ricordate che sempre l’eucarestia tale quale è organizzata in questo momento è vincolata al potere e alla dignità dei sacerdoti. Questo vuol dire che il centro, l’atto centrale della  chiesa è vincolato al potere e alla dignità, cioè le due cose contro le quali ha lottato Gesù.

In questo senso non è una esagerazione ripetere ancora una volta di più che la messa, tale quale è pensata, giustificata e spiegata, organizzata, tale quale è la pratica attuale della chiesa è la contraddizione più brutale con il centro e il senso profondo del vangelo.

Conseguenza la messa è un privilegio dei chierici e non un diritto dei credenti, anzi (e questo è veramente capitale) si tratta di un privilegio dei chierici, dei sacerdoti che stanno di fatto abusando, non usando, ma abusando di questo potere in detrimento, con danno del popolo credente

Oggi ci troviamo in una situazione secondo la quale più della metà di tutte le parrocchie del mondo non hanno preti e per questa ragione capita adesso, assai spesso, più di quello che si pensi, che dei gruppi di credenti celebrano l’eucarestia senza prete.

E voi mi domandate: e queste eucaristie sono valide?  La validità. Queste persone che si radunano per ricordare la memoria di Gesù, per pregare insieme, per fare la memoria della cena del Signore, se non possono fare in altro modo, devono farlo, questa è la mia visione.

Quello che è determinante nell’eucarestia, almeno secondo il nuovo testamento non è il prete, non è il pane, non è il vino, non è il rituale, è l’unione di tutti i partecipanti.

Dove esiste questa unione si può fare la memoria del Signore, dove non esiste questa unione, anche se il papa è presente non si celebra l’eucaristia.

Allora cosa significa comunicare con il Signore nell’eucaristia? Unirsi alla vita del Signore e il fatto che il Signore Gesù si fa presente nella mia vita. Più di questo non sappiamo.

L’eucarestia è vera quando si celebra nell’unità, uniti, serve a unire le altre persone, non a separare le persone e serve a vivere come ha vissuto Gesù, nient’altro.

La confessione : il male è stato simbolizzato nel pensiero e nell’esperienza con 3 parole: il male come macchia, il male come colpa, il male come offesa.

La macchia è un sentimento magico, niente a che vedere con la religione.

La colpa è un sentimento difensivo, umano, è psicologico e quindi niente a vedere con la religione e con Dio.

Il peccato come offesa: qui tocchiamo un punto che è centrale nella realtà teologica e religiosa del peccato: noi offendiamo noi stessi, offendiamo gli altri, ma offendiamo Dio?

Dio per definizione è il trascendente e questo vuol dire che Dio si trova in un altro ordine, assolutamente tutt’altro dal nostro, altrimenti non sarebbe Dio.

Dio non è un essere, una persona, una cosa, una realtà che può essere capita da noi ed è più grande di noi.

Come abbiamo costruito l’idea di Dio, la nostra concezione di Dio? Abbiamo fatto una costruzione proiettiva. Noi abbiamo desiderio di potere, abbiamo proiettato il potere senza limiti, questo è Dio. Noi abbiamo il desiderio della felicità, abbiamo fatto la proiezione senza limiti, la bontà, la proiezione e così abbiamo costruito Dio, ma non abbiamo pensato che così abbiamo costruito una realtà primo contraddittoria, secondo pericolosa.

Contraddittoria perché questo potere senza limiti e questa bontà senza limiti, se ha qualcosa a vedere con questo mondo, non può essere così. Non può essere, è contraddittorio per  il problema del male .

L’uomo può offendere Dio? Dio non è come noi l’abbiamo proiettato. Se Dio è il trascendente, il trascendente per definizione è quello che non si trova nella capacità, nella possibilità di comprensione dell’immanente.

E’ l’assolutamente altro, quindi quando parliamo di Dio, se siamo sinceri dobbiamo cominciare col dire che noi non sappiamo cos’è Dio.

S. Tommaso, dice nella summa contra gentiles, la terza parte, questione 122: Dio non è offeso da noi, soltanto può essere offeso da noi in quanto facciamo il male contro di noi, contro gli umani. Cioè noi non possiamo offendere Dio stesso.

Nell’antico testamento ci sono i 10  comandamenti: 3  contro Dio e 7 contro gli altri. I 3 primi guardano l’offesa diretta a Dio, gli altri 7 guardano le offese orizzontali che facciamo contro i nostri fratelli, il prossimo, questo nell’antico testamento nell’esodo e nel deuteronomio.

Nel nuovo testamento non sono 10, sono 7. Appaiono due volte: nei vangeli sinottici e nel racconto del giovane che ha voluto seguire Gesù, ma era ricco.

Ha domandato: cosa devo fare per guadagnare la salvezza, la vita eterna?  E Gesù ha risposto: osserva i comandamenti ! L’altro ha domandato quali, e Gesù ha enumerati i comandamenti. Se voi leggete i vangeli sinottici troverete che i primi 3 comandamenti non appaiono.

Gesù ha dimenticato una cosa così importante?

Non dovrai ammazzare, non dovrai rubare, non dovrai dire le menzogne …. tutti i comandamenti che si ricordano sono dei rapporti con gli altri, non si ritrovano i rapporti con Dio .

Ma la predicazione della chiesa, la teologia, la liturgia, la teologia del sacramento della penitenza tutto questo è organizzato a partire da una grandissima ed enorme menzogna, bugia.

Io ho offeso Dio, devo ottenere il perdono da Dio, fare un sacrificio, fare domande …. privarmi, non so, delle cose per ottenere questo perdono e con questo, quello che faccio, è non offendere più Dio.

Offendere Dio no, io non posso offendere Dio, fare lo stupido è l’unica cosa che faccio. Allora se il soggetto offeso è l’altro, il perdono deve essere concesso dall’altro.

Quindi la pratica del sacramento della penitenza a partire dalla supposizione, l’argomento secondo il quale io ho offeso Dio e il sacerdote è il rappresentante di Dio, il quale in nome di Dio mi concede il perdono, tutto questo non va,  non serve a niente perché tutto questo è falso.

Non ha nessun senso è che un tizio che offende sua moglie e andrà a  domandare perdono al parroco!

Il parroco gli dà una benedizione e gli dice: prega tre Pater noster.

L’altro prega 3 Pater noster, resta tranquillo e continua a offendere sua moglie. Vedete, tutto questo capita tutti i giorni, continuamente.

Prima questione: l’enorme potere dei chierici, dei sacerdoti che hanno un potere che tocca dove nessun altro essere umano può toccare, nell’intimità della coscienza, lì dove ognuno di noi vede sé stesso come una persona normale o come un criminale.

E l’altro, il prete, il parroco, il sacerdote ha il potere che tu ti senti in pace o al contrario ti senti condannato, perso, disperato, come una persona cattiva … è un potere terribile!

Quindi la penitenza, la confessione come si pratica attualmente, è  prima di tutto uno strumento di potere, il supremo strumento di potere che hanno i preti, i sacerdoti .

Allora cosa fare? Confessarsi soltanto quando questo umanamente mi aiuta. Una buona soluzione penso che sia fare gli atti di penitenza comunitaria. Attenzione, questo è stato decretato dal papa Paolo VI.

Esiste una legislazione, la penitenza comunitaria senza confessione particolare, soltanto riconoscere, pregare seguendo la formula: ho peccato, sono peccatore …. tutti siamo peccatori. Allora una assoluzione generale, comunitaria e basta .

Appunti liberamente tratti dalla trascrizione della  conferenza di Josè Maria Castillo tenuta presso il CENTRO STUDI BIBLICI "G. VANNUCCI" di  Montefano il 24-25 settembre 2011 - https://www.studibiblici.it/

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